SPAZITeatro Rasi

Le origini del Teatro Rasi risalgono alla chiesa monastica di Santa Chiara costruita nel 1250 e trasformata in cavallerizza con editto napoleonico nel 1805. L’edificio è stato convertito in sala teatrale nel 1874, inaugurato nel 1892 e nel 1919 intitolato al celebre attore e drammaturgo Luigi Rasi. Chiuso nel 1959 per lavori di restauro, quando nel 1979 riaprì il Rasi assomigliava più a una sala cinematografica che a un vero teatro. Del 2021/22 è la ristrutturazione che restituisce alla città il Rasi strutturalmente modificato, forte del suo passato, ma profondamente contemporaneo, uno spazio di dimensione europea: la sala è ora dotata di una gradinata telescopica mobile, e ha trasformato l’area sotto la vecchia galleria in una sala autonoma. Nel riallestimento è stato inoltre posto fortemente l’accento sull’aspetto acustico, ulteriormente ottimizzato.

Di Santa Chiara rimangono la facciata, oggi ingresso del teatro, e l’abside, incastonato nell’area scenica. La chiesa era decorata con bellissimi affreschi trecenteschi di scuola riminese, staccati attorno al 1950 e che ora sono conservati nel Museo Nazionale di Ravenna.

Dal 1991 il Rasi è sede di Ravenna Teatro, Centro di Produzione Teatrale, fondato dal Teatro delle Albe e dalla Drammatico Vegetale. Ravenna Teatro si è impegnato in due interventi di ristrutturazione, nel 2000 e nel 2007. La gestione del Rasi è regolata da una convenzione tra Ravenna Teatro e il Comune di Ravenna.

Si svolge al Teatro Rasi gran parte delle programmazioni curate da Ravenna Teatro e vi nascono le produzioni del Teatro delle Albe e della Drammatico Vegetale.

Informazioni utili e come arrivare

Il Teatro Rasi è in via di Roma 39, in centro a Ravenna. L’edificio si trova fuori dalla zona ZTL.

PARCHEGGI
In via di Roma e nelle vie limitrofe il parcheggio è a pagamento esclusivamente nei giorni feriali dalle 8.00 alle 18,30. L’area di sosta più grande è il Piazzale Segurini (62 posti) a 300 metri dal teatro (dopo il MAR).

AUTOBUS
Nei pressi del Teatro Rasi si trovano le fermate delle linee urbane 1, 4 (fermata Teatro Rasi) e 1, 2, 3, 4, 5, 8, 18, 70, 80, 145, 154, 155, 159, 161, 162, 176, 187 (fermata S. Apollinare).
Per informazioni su orari e percorsi www.startromagna.it

TRENO
Il Teatro Rasi dista circa 750 metri (9 minuti a piedi) dalla stazione ferroviaria.

AFFITTO SALE

Per informazioni su tariffe e affitti o per visionare gli spazi:
TEL. 0544/242364
E-MAIL teatrorasi@ravennateatro.com

Il Teatro Rasi è dotato di un palco attrezzato con 5 camerini, una sala con gradinata (tribuna telescopica) e un ridotto, per una capienza totale di 381 posti. La biglietteria si trova all’ingresso (sono attivi tutti i sistemi di pagamento); il guardaroba è autogestito e gratuito.

Il foyer è diviso in due spazi: la saletta Mandiaye N’Diaye e la caffetteria, entrambe affacciate su un giardino.

La saletta Mandiaye N’Diaye ha una capienza di circa 50 posti ed è adibita per incontri, presentazioni, laboratori, esposizioni e proiezioni.

La caffetteria è gestita da Villaggio Globale di Ravenna.

Nel bookshop sono in vendita e consultazione saggi e riviste teatrali.

A esclusione della gradinata e degli uffici, tutti gli spazi sono accessibili a persone con disabilità. È presente un impianto di climatizzazione in tutto il teatro e wi-fi gratuito in tutte le zone.

Teatro Rasi Virtual Tour

Luigi Rasi raccontato dallo scrittore Franco Gàbici
Attore e scrittore di teatro, Luigi Rasi nacque a Ravenna il 20 giugno 1852 e fin dall’infanzia dimostrò la sua particolare propensione per la recitazione, tant’è che a soli vent’anni lo troviamo a far parte della compagnia Pietriboni-Rasi; però egli non fu solamente un grande attore, ma anche un apprezzato scrittore e traduttore di classici greci e latini. A Rasi, infatti, dobbiamo la trascrizione del Pluto di Aristofane e dell’Antigone di Sofocle. Per queste sue doti di autore e scrittore nel 1882 viene nominato direttore della “Scuola di recitazione” di Firenze, incarico che conservò fino alla morte. Fra gli allievi di Rasi si ricorda anche lo scrittore Marino Moretti, che poi abbandonò il teatro per dedicarsi completamente alla letteratura.
Alla Scuola di Rasi si formarono attori famosi, fra i quali vanno ricordati Amerigo Guasti, Annibale Ninchi, Medea Fantoni, Edy Boresi-Picello e Teresa Franchini, la grande attrice romagnola che fu la prima interprete de La lampada sotto il moggio di Gabriele D’Annunzio. Fu proprio Rasi, forse in omaggio alla romagnolità dell’attrice, a lanciarla sulle scene fondando nel 1889 una compagnia che ben presto fu prelevata dalla Duse.
Rasi fu famoso anche come elegante conferenziere e le sue “Letture carducciane” gli dettero grande fama e successo.
Curando anche gli aspetti letterari del teatro, Rasi arricchì la sua Scuola di una biblioteca e di una specie di museo nel quale andava raccogliendo materiali e cimeli per ricostruire la storia del teatro italiano.
Fra le sue opere la maggiore resta sicuramente il Dizionario dei comici italiani, un’opera di grande interesse che scrisse insieme alla moglie Teresa Sormani e nella quale si trova un’incredibile quantità di notizie e di aneddoti. Rasi scrisse anche Il libro degli aneddoti, La lettura ad alta voce, La recitazione nella scuola e nella famiglia, L’arte del comico e anche un lavoro critico sulla Duse. Famosissimi i suoi monologhi che raccolse nei volumi Il libro dei monologhi e Il secondo libro dei monologhi. Di questi, La semplicità entrò permanentemente nel repertorio di Ermete Novelli, altro grande artista romagnolo.
A Rasi è anche associato un episodio curioso. Verso la fine degli anni Settanta del secolo passato il Comune di Milano fece conoscere la sua decisione di smantellare una parte del cimitero nel quale erano ancora conservate le ceneri di personaggi illustri precisando che se nessuno le avesse rivendicate sarebbero finite in una fossa comune. Oltre a Luigi Rasi figuravano i nomi dei librettisti verdiani (tra cui Piave) e anche del padre di Albert Einstein. Dal momento che Rasi non aveva eredi, il Comune di Ravenna si sostituì alla famiglia e preparò tutte le pratiche necessarie per far ritornare in patria le spoglie del suo illustre figlio che dal 1977 riposano nel famedio degli uomini illustri ravennati del cimitero monumentale insieme ad Angelo Mariani, Corrado Ricci e Filippo Mordani.
Sulla rubrica Istantanea del Marzocco (anno IX, n.17, 24 aprile 1904) apparve questo curioso profilo del Rasi:
“Il direttore della Scuola di recitazione è un’istituzione eminentemente fiorentina, sebbene tale non sia d’origine. Le Società cinofile italiane hanno in lui il più vivo avversario. Anche sulla sua soglia sta scritto: Cave canem! Combatte il cane e coltiva il comico in erba nei campicelli sperimentali di via Laura. Ma, nonostante le sue fatiche, qualche cucciolo talvolta si salva e diventa più tardi cane provetto, screditando un poco l’allevatore.
Da molto tempo non recita più; insegna e dirige, scrive e legge. Insegna, scrive, dirige a Firenze e legge un po’ dappertutto: ma sempre acclamato come mirabile interprete di poesia. Via Laura è la Mecca degli aspiranti al palcoscenico, che non essendo figli d’arte, cercano un padre spirituale nel Direttore della Scuola di Recitazione. Il suo ascendente sugli allievi è grande; con lui i tipi più impacciati diventano subito… franchini: perdono i difetti del nostro dialetto, sebbene qualche volta, per eccesso di zelo, acquistino qualche riflesso romagnolo in omaggio al loro Direttore. Nel quale è veramente la stoffa del maestro: una stoffa soprattutto di Rasi…”.
Fuori dalla ufficialità Rasi si dimostrava un tipo estroverso e burlone. Racconta Augusto Maiani, il famoso caricaturista che si firmava Nasica, che durante le vacanze Rasi, già in età matura, si rivolgeva alle belle ed eleganti signore del luogo dove si trovava a trascorrere la villeggiatura rivolgendo loro frasi enfatiche che gli intenditori riconoscevano essere famosissimi monologhi di autori classici.
Rasi morì a Milano il 9 novembre 1918. Nello stesso anno della morte Ravenna gli dedicò il teatro che dal 1891 era stato ricavato nella navata della chiesa soppressa di Santa Chiara (1250) in via di Roma. Chiuso nel 1959 per restauri, che furono eseguiti dall’architetto ravennate Sergio Agostini, il teatro è stato riaperto negli anni Settanta e dal 1991 è sede di Ravenna Teatro.
``Coltura teatrale`` di Marco Martinelli

COLTURA TEATRALE

Penso alla storia di questo edificio. È nato come chiesa, Santa Chiara, da cento anni è un teatro. Penso alle origini del teatro, in Grecia, nel Medioevo, origini religiose. Questo luogo è stato abitato per secoli dalle clarisse, poi è diventato una cavallerizza, infine un teatro. Preghiere, animali, maschere. In un modo misterioso, che mi sfugge, un luogo è anche la storia dei fantasmi che l’hanno attraversato. Quando lavoro penso alle suore e ai cavalli, e provo a immaginarmeli. Combatto con l’oblio, mi sforzo. Ci riesco soprattutto quando il teatro è vuoto. In silenzio. Nel vuoto e nel silenzio si formano le immagini: esseri umani che meditano e contemplano, gente che grida e batte le mani, cavalli che corrono e scalpitano, silenzio e strepito, sudori e canti e racconti: il teatro! Penso al caso di un centenario che scocca nel primo anno di vita di Ravenna Teatro. E penso anche che il caso non esiste, esistono la memoria e l’oblio.

Penso al Rasi come a un luogo di COLTURA TEATRALE. Mi piace parlare del nostro lavoro come lavoro contadino. Mi piace la lentezza, la necessità della lentezza, biologica, stagionale, straniera in un’epoca che sacrifica alla velocità industriale, usa e getta, produci e consuma e dimentica. Penso al teatro che nasce dagli antichi riti di fertilità della terra, penso a un teatro dialettale e epico (la terra è sempre un dialetto!), penso alla possibilità del racconto e della visione. Penso al Rasi come a una casa dei teatranti, vecchi e giovani, affermati e sconosciuti, professionisti e dilettanti. Penso che un’autentica coltura teatrale la si fa se non si ha l’animo da mercanti, se si accetta la sfida di far vivere il teatro DENTRO la città, non come corpo separato, isola felice e infelice, ma come luogo ricco di tensioni vitali, battagliero, spazio per incroci e innesti, organismo vivente, animale che RESPIRA insieme alla città. Penso a un impegno vero, politico per quel che la parola significa, legato alla polis, non alle tessere dei partiti; penso a tutto questo, e mi viene da ridere. Perché sembra invece che il destino degli intellettuali, in questo fine secolo, sia quello di sostare come soprammobili bercianti nei salotti televisivi, oppure quello di starsene indifferenti nelle proprie tane d’avorio: non certo quello di vegliare sui campi di battaglia della memoria e dell’oblio là dove si decide e si sagoma, e si legittima l’identità collettiva.

Penso a Leopardi, a quelle sue parole: «la moda è sorella della morte». A quelle religiose che hanno vissuto e sono morte in questo luogo, magari hanno scritto e recitato come la Rosvita di Gandersheim dipinta da Ermanna. A Leo de Berardinis, che da poco ha aperto un teatro a Bologna e lo ha chiamato LO SPAZIO DELLA MEMORIA. Penso che c’è un modo banale, ingessante, nel guardare alle proprie radici: e poi penso che ce n’è un altro, che invece ci nutre, ci scalda, essenzialmente inventivo. Perché le radici non esistono, e vanno inventate.

Marco Martinelli, Ravenna, 16 aprile 1992.

tratto da “1992-Centenario del Teatro Rasi” a cura di Ermanna Montanari e Cristina Ventrucci, Edizioni Ravenna Teatro, Ravenna, 1992

``1250 - 1992`` di Cristina Ventrucci

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