Vladimir Majakovskij: il caso è aperto

note di regia, materiali e appunti di Gianni Farina sul “caso Majakovskij”

Raccontare gli ultimi giorni di Vladimir Majakovskij significa raccontare la fine di una generazione straordinaria, la rapidissima parabola di un manipolo di ragazzi che si riunirono sotto il vessillo della Rivoluzione d’Ottobre, trasformarono radicalmente il modo di concepire le rispettive discipline e, soffocati dalla deriva autoritaria della loro utopia, terminarono con violenza la produzione artistica o la vita stessa.

Majakovskij fu il massimo esponente di quella generazione, il primo della classe, il più in vista, il poeta più amato, idolatrato, invidiato, deriso. Negli ultimi due anni della sua breve esistenza disseminò poemi e commedie con rimandi al viaggio nel tempo. Decise di rivolgersi direttamente ed esplicitamente ai posteri, escludendo i propri contemporanei, come se volesse ignorare il presente per inviare messaggi, preghiere e moniti agli “uomini del futuro”. La resurrezione – un altro modo di viaggiare nel tempo, a ben guardare – divenne un tema ricorrente. Perché? A nostro avviso Majakovskij stava già rinunciando a vivere nel suo mondo e nel suo tempo, stava demandando la propria felicità a un mondo a venire, un mondo popolato da uomini e donne fosforescenti.

Nel poema Di questo Majakovskij descrive il “Laboratorio delle resurrezioni umane”, nebuloso edificio abitato da un “chimico del XXX secolo”, in grado di resuscitarlo. Questo passaggio è meravigliosamente restituito da Carmelo Bene.

La trasformazione alchemica – dalla carta del libro alle tavole del palco – ci ha condotti all’ideazione di un giallo fantastico che adotta alcuni stilemi di Mejerchol’d e che utilizza la ripetizione e il time-shift per restituire le molteplici prospettive che ricalcano le testimonianze legate al mistero della morte di Majakovskij. La sua produzione poetica si intrecciò alla biografia al punto che è impossibile confrontarsi con uno solo dei due aspetti; cercare dimettere ordine agli ultimi frenetici giorni del poeta significa inquinare le prove con altre dimensioni narrative, occorre rimodulare il linguaggio ogni volta che si incontra un nuovo punto di vista e occorre rapportarsi ogni volta in maniera diversa con la nostra giuria: il pubblico.
Majakovskij, Lili, Jansin, Nora e gli altri protagonisti di questa triste vicenda presero parte nel conflitto tutto teatrale tra le sperimentazioni di Mejerchol’d e le tecniche ormai consolidate del Teatro d’Arte; l’eredità di queste blasonate scuole si alterna nel nostro progetto come se Naturalismo e Biomeccanica fossero due modi alternativi di concepire non solo l’arte drammatica ma la storia russa.È possibile osservare il cordoglio – non sempre genuino a mio avviso – di alcune figure chiave dello spettacolo nel video commemorativo che venne girato in occasione dei funerali di Majakovskij, il 17 Aprile 1930.
Il dispositivo scenico che alterna differenti linee narrative; un meccanismo che rimescola gli elementi del sistema per rimettere ogni volta in discussione la verità sfocata che muove l’indagine dell’autrice. Come è morto Majakovskij? Perché?

L’interrogatorio

In questo campo di azione vengono interrogati i principali testimoni: Veronika Polonskaja, attrice e musa erotica del poeta, che ebbe un alterco con il poeta pochi secondi prima del fatale colpo di pistola; Lili Brik, amica, amante e guida politica del protagonista, qui sotto immortalata dall’amico Rodchenko in una foto che ha fatto la storia.

Oltre alle due donne, i vicini di casa e altre persone vengono chiamati a testimoniare, ribaltando ogni volta la versione dei fatti. Tra pettegolezzi e complottismi si fanno largo alcune parole importanti, indelebili; sono i commenti di colleghi e amici che sinceramente stimarono il poeta. Artisti, registi, intellettuali e scrittori che ci offrono un ritratto crudo e sublime.

La stanza-barchetta

In questa linea narrativa, ambientata nello studio del poeta tra il 12 e il 14 aprile 1930, gli stessi attori (più Majakovskij) mettono ripetutamente in scena gli eventi salienti, cambiando ogni volta un dettaglio, una parola, uno sguardo, seguendo le molteplici ricostruzioni frutto dell’interrogatorio. A volte però si assiste a qualcosa che forse era sfuggito all’indagine…

Majakovskij chiamava il suo studio “stanza barchetta”. Qui si tolse la vita la mattina del 14 aprile 1930. Nel museo a lui dedicato, chiuso da quasi dieci anni per lavori in corso (sic!), è possibile vedere la stanza-barchetta, ferma nel tempo.

Il teatro

Pochi giorni prima del decesso, il poeta viene chiamato a leggere e commentare in pubblico alcune opere. Già profondamente segnato dalla crisi, Majakovskij si esibirà per l’ultima volta davanti a una platea particolarmente ostile. Cos’è successo? La sua voce, meno “piena” ora, non riesce a scalfire la sala; la sua tagliente ironia viene a mancare e non riesce a ribattere alle continue provocazioni e offese che provengono dagli spettatori. Qualcuno parla di congiura, non si capisce tanta malevolenza, le opere lette in quell’occasione sono tra le composizioni più belle della sua produzione.

Questa situazione viene replicata nel nostro tempo, nel nostro teatro e abbiamo modo di assistere alla lettura di alcuni capolavori che parlano di morte, resurrezione e viaggi nel tempo.
Per farsi un’idea della forza espressiva e della voce di Majakovskij è possibile consultare questa rara incisione degli anni ‘20, in cui il poeta legge il suo componimento giovanile Ascoltate!

I testimoni sono concordi nel lodare l’efficacia scenica di Majakovskij, che fu anche attore. La signorina e il teppista (Барышня и хулиган, 1918) è l’unico film che lo vede protagonista e che è giunto fino a noi in versione integrale. Bizzarramente non siamo di fronte a un soggetto del poeta-sceneggiatore; ha invece superato il crinale del secolo un’opera tratta da “La signorina e il teppista” di E. De Amicis, girato da Evgenij I. Slavinskij nel 1918.

Il bagno

Banja, la Commedia con fuochi d’artificio che ha debuttato un mese prima degli eventi narrati, segna una svolta nella vita del cantore della rivoluzione: “è un fiasco colossale” si dirà. Anche in questo caso circolano voci sul sabotaggio della critica, della RAPP, ma nulla è dato per scontato (e noi come Serena Vitale siamo allergici ai complottismi). Certo è che le figure stralunate dell’opera fantascientifica popolarono la mente del protagonista in quei giorni, portando apparizioni ora visibili anche a noi: la donna fosforescente, in particolare, capace di viaggiare nel tempo e condurre lo spettatore nel cuore della storia.

Banja fu scritto da Majakovskij nell’inverno tra il ‘29 il ‘30, e venne messo in scena dall’amico e sodale Vsevolod Ėmil’evič Mejerchol’d.

E proprio la Donna Fosforescente, ultima sorprendente fantasia teatrale dell’autore sovietico, si emancipa nel nostro lavoro dal “dramma con circo e fuochi d’artificio” per guidare lo spettatore attraverso quell’intrico di prospettive e ricostruzioni raccolte da Serena Vitale.
La Donna Fosforescente ci chiede di osservare e ascoltare con attenzione qualche frammento di una vita speciale, la vita di un poeta che decise di proiettarsi nel futuro e chiedere asilo agli “spettabili discendenti”, ai “compagni posteri”.
Noi siamo quegli uomini del futuro, e siamo convinti che si debba prestare attenzione alle sue parole.
Qui sotto due foto dedicate alla meravigliosa Zinaida Reich, moglie del regista (morta assassinata come il marito dopo l’arresto da parte dell’OGPU) che interpretava la Donna Fosforescente.

Il presidente del globo terrestre, sezione musica

Sergej Prokof’ev e Dmitri Shostakovich furono i due musicisti più amati dal defunto. Il primo venne nominato “presidente del globo terrestre per la sezione musica” in una dedica, al secondo vennero affidate le musiche di scena per La cimice.

Il progetto sonoro che ho curato per lo spettacolo segue due linee che possiamo definire regole compositive.
Per prima cosa ho utilizzato (trasformandoli e riadattandoli) solo brani di compositori sovietici, dagli anni ‘30 fino all’89. Oltre ai due autori già citati, sono presenti in particolare Galina Ustvol’skaja e il più recente talento russo Sergey Kuryokhin, che amo moltissimo.
Oltre alla parte musicale, balza all’orecchio un paesaggio sonoro composto prevalentemente da intercettazioni militari sovietiche, il misterioso fenomeno chiamato UVB-67.

In Siberia e altrove sono state individuate enigmatiche stazioni radio che emettono un “buzz” regolare dagli anni ‘60 fino ai nostri giorni, e non se ne comprende bene la funzione. Per ulteriori approfondimenti rimando al paragrafo “i Segnali radio” di questo articolo pubblicato su Il post. Questo invece un link a una delle raccolte di questi suoni; io ho utilizzato principalmente “the buzzer”, “katok65”, “the pip”, e “the Squeaky wheel”.

Buon ascolto…

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