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Dalle 7 alle 8, spettacoli per famiglie in giardino e a teatro

 

A partire da martedì 28 giugno e fino al 25 luglio torna al Teatro Rasi la rassegna in quattro appuntamenti dedicata ai più piccoli dal titolo Dalle 7 alle 8, spettacoli per famiglie in giardino e in teatro” a cura della compagnia Drammatico Vegetale/Ravenna Teatro. In occasione degli incontri al bar del Teatro e su prenotazione ci saranno aperitivi per grandi e piccoli con ingredienti biologici e di commercio equo preparati da Villaggio Globale. Tutti gli appuntamenti si svolgeranno dalle 19 alle 20.

“L’intento – spiegano Pietro Fenati e Elvira Mascanzoni, direttori artistici di Drammatico Vegetale – è quello di riavviare una relazione con il nostro pubblico di famiglie che ha subito pesantemente i due anni e oltre di pandemia. Il Teatro Infanzia, infatti, non è solo rivolto ai bambini che vanno a scuola, ma è pensato anche per le famiglie che intendono intrattenere una relazione sociale in un ambiente particolarmente portato alla relazione qual è il teatro. Pur nella limitatezza del programma – proseguono Fenati e Mascanzoni – abbiamo cercato di proporre linguaggi differenti: dal teatro di figura al teatro d’attore fino al teatro di burattini, con un appuntamento speciale in giardino che vedrà un percorso itinerante nella natura: più che uno spettacolo, sarà un evento performativo in cui il pubblico diventerà parte del ‘fare’ teatrale”.

 

 

Il primo appuntamento di MARTEDÌ 28 GIUGNO, portato in scena da Drammatico Vegetale, si intitola Cappuccetto, il lupo e altre storie, teatro di figura e narrazione, a partire dai 3 anni. Regia Pietro Fenati, attori, scenografia, figure Pietro Fenati e Elvira Mascanzoniluci e audio Alessandro Bonoli.

Uno spettacolo per vivere l’emozione della paura, per misurare il coraggio e l’astuzia o trovare sollievo nella magia, sciogliendosi in una catartica risata. Il lupo nelle fiabe rappresenta l’ignoto, lo sconosciuto, è il simbolo di tutte le nostre paure. In questo racconto animato con pupazzi ed elementi scenografici di pezza, si ripercorrono alcune fiabe della nostra tradizione per raccontare la figura del lupo e le sue conseguenze nelle storie che attraversa. Starà a noi immedesimarci nelle avventure dei tre porcellini, dei sette caprettini e fare tutti insieme il tifo per Cappuccetto Rosso. Fiabe ispirate a I tre porcellini, Il lupo e i sette caprettini, Cappuccetto Rosso, Gallo Cristallo.

 

MARTEDÌ 12 LUGLIO Divisoperzero / Florian Metateatro proporrà Le mani di Efesto, fuoco, arte e ingegno, Teatro di figura, burattini e musica dai 4 anni. Di e con Francesco Picciotti, spettacolo vincitore del premio Otello Sarzi 2021 – Selezione Festival Trallallero 2021.

Un antico mito racconta che ad ognuno di noi, prima di nascere, viene mostrata una immagine che sarà la guida per la nostra vita futura. A qualcuno viene mostrato un fiore e quello vivrà tutta la sua vita senza mai smettere di pensare ai fiori; a qualcun altro un pianoforte e diventerà un grande musicista. Ad Efesto venne mostrata l’immagine di due mani e lui, per tutta la propria vita (e la vita di un dio è piuttosto lunga) costruì ogni genere di meraviglia. Di solito gli dei non amano usare le proprie mani: preferiscono far fare ad altri le cose pratiche e girovagare di qua e di là a far danni o gli piace stare lì, fermi, a farsi pregare. Efesto era una specie di Leonardo da Vinci: bravo nelle invenzioni tanto quanto nelle arti, abile nella sartoria quanto nell’ingegneria civile, con una passione per l’arredamento di interni. Peccato che fosse così brutto che sua madre Era, la regina di tutti gli dei, appena nato lo gettò dalla cima dell’Olimpo e lui cadde fino alla Sicilia dove venne trovato da due ninfe. Il piccolo, allora, fu portato sotto l’Etna dove, grazie al calore del vulcano, poté dare sfogo alla sua incredibile creatività. Ma per tutta la vita sognò di poter tornare tra i suoi pari, gli dei, nel posto che gli spettava di diritto: il monte Olimpo. Dopo anni passati a costruire ogni genere di meraviglia, finalmente ebbe la sua opportunità e seppe guadagnarsi ancora il suo posto tra le divinità. Non sempre, però, le persone (o gli dei) vogliono davvero quello che desiderano ed Efesto si rese conto di essere molto più felice tra i suoi attrezzi, nel suo laboratorio, che nel mondo etereo e ovattato dell’Olimpo. Le mani di Efesto parla di un dio artigiano che ricerca ovunque la propria felicità per poi trovarla dove non si aspettava: al punto di partenza. E chi può raccontarla meglio di un burattinaio, artigiano del teatro che, come Efesto, ha costruito lo spettacolo con le sue mani e con le sue mani racconta storie (e si guadagna da vivere)? In scena una piccola baracca sarà la tela su cui disegnare i destini degli uomini, ma sarà anche il monte Olimpo e il vulcano Etna e tutto intorno compariranno i personaggi e le mirabolanti invenzioni del dio del fuoco.

 

MARTEDÌ 19 LUGLIO Delle Ali teatro andrà in scena con E tu? Cosa vedi? Cosa senti? Una passeggiata esperienziale performativa dai 5 anni. Regia Giada Balestrini, con Alessandra Anzaghi, Giada Balestrini, Franz Casanova, Rosita Mariani, Monica Parmagnani. Parole Monica Parmagnani, accompagnamento musicale Francesco Pitillo, costumi e oggetti Nali Rimonta.

Cosa succede se modifichiamo con semplici oggetti la nostra percezione visiva e ci muoviamo in un ambiente naturale? Se ci affidiamo ad una mano che ci accompagna alla scoperta di nuove sensazioni, alla percezione di particolari che spesso passano inosservati? È un po’ il gioco del perdersi e dello stupirsi, ma anche dell’avere fiducia e dell’avere cura. Un gioco che è un po’ come camminare sulle nuvole. Dopo tanto stare a guardare il mondo attraverso uno schermo o attraverso il vetro di una finestra, è il momento di uscire per un’esperienza che ci fa tornare a giocare con gli altri sensi e ingannare un po’ la vista. Alcuni performers accompagnano e ritmano il percorso nell’ambiente, interagiscono con i partecipanti invitandoli ad ascoltare suoni, parole, storie, seguire passi, suggestioni, cogliere movimenti, forme. Per arrivare a vedere e sentire l’invisibile. La passeggiata ha una durata di 80’ minuti.

LUNEDÌ 25 LUGLIO toccherà infine a Teatro del Drago con Il tarlantan della Moscovia,  burattini tradizionali dai 3 anni, di e con i burattinai Andrea e Mauro Monticelli.

Lo spettacolo è diviso in due parti. La prima ha per titolo “I tre Bravi alla prova” e vede, come al solito, Fagiolino protagonista dell’allegra farsa brillante. Non è altro che uno scherzo del padrone di casa, Pantalone, che col pretesto di scegliere il più furbo e il più intelligente dei tre camerieri, in questo caso Fagiolino, Sandrone e Arlecchino, li mette alla prova con un divertente “giochetto”. La seconda parte è lo spettacolo vero e proprio: “Il Tarlantan della Moscovia”. Il pappagallo del Dottore è morto in circostanze misteriose … Il Dottore decide di indagare. Fagiolino, vero colpevole della “disgrazia” del pappagallo, è l’unico servo che riesce a non farsi licenziare. Sandrone e Brighella, invece innocenti, restano senza lavoro e si vendicano. Tra mille peripezie, scherzi e bastonate, tutto andrà a finir bene. Lo spettacolo mette in evidenza la briosità tipica della farsa o commedia brillante burattinesca. Ricco di accenti e battute che provengono dai vecchi canovacci, con sproloqui, vecchi detti e una miscela di dialetti maccheronici dell’Emilia. La recitazione e la manipolazione sono svolte da un solo burattinaio, (con l’aiuto di un “secondo” aiutante-burattinaio) che coinvolge il pubblico – soprattutto dei bambini – nello spettacolo.

 

La rassegna si svolge con il patrocinio del Comune di Ravenna e Assessorato al Decentramento, Regione Emilia-Romagna, Ministero della Cultura, Assitej Italia, Small size network, Ottima, Fondazione del Monte, Bcc credito cooperativo, Coop Alleanza 3.0, Assicoop e Reclam

BIGLIETTI

Ingresso unico 5 €. La biglietteria del Teatro Rasi è aperta da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo.
Posti limitati, è consigliata la prenotazione.

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI

Ravenna Teatro, Teatro Rasi, via di Roma 39 Ravenna, da lunedì a venerdì dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00 tel. 0544 36239 e 3337605760. Ogni attività verrà svolta nel pieno rispetto delle norme vigenti in materia di prevenzione e contenimento del Covid-19.

Ravenna Teatro primo Centro di Produzione in Italia per qualità artistica

Ravenna Teatro si afferma come primo Centro di produzione in Italia secondo il Ministero della Cultura per la propria qualità artistica. Nei giorni scorsi il Ministero ha infatti reso noto i punteggi di valutazione per l’ammissione a contributo per il triennio 2022-2023-2024 e per l’anno 2022 dei Teatri Nazionali, Teatri di Rilevante Interesse Culturale e Centri di produzione teatrale, riconoscendo a Ravenna Teatro un punteggio pari a 31,40, il più alto a livello nazionale ottenuto da un Centro di produzione. Un riconoscimento conseguito grazie al lavoro della direzione artistica di Ermanna Montanari e Marco Martinelli che la vede prima sui 35 Centri presenti in Italia e seconda in assoluto dopo lo Stabile di Torino.

Alessandro Argnani e Marcella Nonni, direzione di Ravenna Teatro

“Ci congratuliamo per questo importante risultato – dichiarano il sindaco di Ravenna Michele de Pascale e l’assessore alla Cultura Fabio Sbaraglia – che rende merito al prezioso lavoro svolto da Ravenna Teatro in questi anni, volto ad offrire alla città una proposta culturale ricchissima e di altissima qualità, nel segno di una costante e appassionata ricerca artistica. Allo stesso tempo si tratta di un riconoscimento che riafferma con vigore l’intrinseco legame di Ravenna con il mondo dell’arte, un rapporto fecondo ed incessante che nel dialogo con le molteplici realtà culturali presenti nel territorio trova la sua ragione d’essere”.

“Questo risultato – spiegano i condirettori di Ravenna Teatro Alessandro Argnani e Marcella Nonni – ci riempie di orgoglio e di felicità. È il riconoscimento di una semina che da quarant’anni viene fatta in città, dalle tante stagioni teatrali alle proposte artistiche e di ricerca del Teatro delle Albe, dalla Scuola di Vocalità a Malagola alla non-scuola e alle attività dedicate all’infanzia di Drammatico Vegetale. Un’attività incessante che tocca diversi luoghi i cui punti focali sono il Teatro Rasi, appena rinnovato, l’Alighieri, il Teatro Socjale di Piangipane e Palazzo Malagola, sede dell’omonima Scuola di vocalità e centro studi internazionale sulla voce fondato e diretto da Ermanna Montanari e Enrico Pitozzi. Un riconoscimento testimone di un dialogo forte tra Ravenna Teatro, l’Amministrazione, i tanti spettatori e spettatrici, gli artisti e le compagnie ravennati che contribuiscono a far vivere la nostra realtà. Essere accreditati quale primo centro di produzione in Italia per qualità artistica significa che una città di provincia non ha nulla da invidiare ai grandi centri del Paese”.

Il riconoscimento del Ministero ha valorizzato anche il lungo percorso di Accademia Perduta/Romagna Teatri, che ha conseguito un punteggio pari a 29,50 diventando il primo Centro di Produzione italiano nell’ambito del Teatro Ragazzi. Un lavoro che da anni contribuisce a migliorare la qualità artistica di diverse realtà romagnole.

“Siamo orgogliosi del riconoscimento ministeriale assegnato ad Accademia Perduta/Romagna Teatri su cui Forlì investe, sicura di ottenere un arricchimento culturale per la città ma anche per il patrimonio teatrale italiano – affermano Gianluca Zattini, sindaco di Forlì e Valerio Melandri, assessore alla Promozione del settore culturale -. I forlivesi conoscono bene il lavoro che Accademia Perduta svolge per i teatri Diego Fabbri e Il Piccolo e crediamo che quello della produzione esprima specificamente il valore artistico e culturale di un Centro che con i suoi spettacoli esporta il nome di Forlì nei principali palcoscenici italiani”.

Massimo Isola, sindaco di Faenza prosegue: “la notizia dell’alta valutazione per i progetti artistici di Accademia Perduta/Romagna Teatri è l’ennesima conferma per questa realtà e che ci dà grande soddisfazione. Accademia Perduta è una parte importante della nostra città e della nostra energia culturale. Siamo contenti di aver dato sostegno e aver collaborato in questi anni a questa importante realtà e così sarà anche per il futuro”.

“I risultati ministeriali sono una bellissima soddisfazione – concludono Claudio Casadio e Ruggero Sintoni, condirettori di Accademia Perduta/Romagna Teatri – oltre che un’importante conferma per il lavoro che abbiamo svolto in tanti anni in Romagna, una terra che è madre di tante importanti realtà teatrali”.

Musica e danza in dialogo: intervista a OvO e gruppo nanou

FÈSTA / ToDay ToDance
fuori programma

Canto primo: Miasma | Arsura, OvO / gruppo nanou

19-20 maggio 2022, Teatro Rasi

 

In occasione di  Canto Primo: Miasma-Arsura, che ha debuttato in streaming durante la pandemia per l’apertura del festival Transmissions, vi proponiamo l’intervista a Stefania Pedretti e Bruno Dorella (OvO) e a Marco Valerio Amico (gruppo nanou), a cura di Alessandro Fogli.

Fotografia di Elvio Maccheroni

La compagnia gruppo nanou (Rhuena Bracci e Marco Valerio Amico) e la band OvO (Bruno Dorella e Stefania Pedretti) riscrivono i loro due ultimi progetti, l’album Miasma e il lavoro coreografico in divenire Arsura, per scatenare un immaginario personale che si avvale della forza dei linguaggi radicali delle due realtà artistiche. Canto Primo di una collaborazione che qui si manifesta tra suoni e immagini infernali, onirici e dirompenti.

Qual è la genesi della collaborazione gruppo nanou-OvO?
Bruno Dorella: «Io avevo già lavorato con i nanou nello spettacolo We want Miles, in a silent way e poi nel nuovo Paradiso, ma tra i due spettacoli è nata questa collaborazione di cui si fantasticava da anni, la “scusa” buona è stata lo sviluppo del solo di Rhuena, Arsura. La libertà che si può avere con un suo solo è veramente potente, a un certo punto lo abbiamo provato con Miasma, l’ultimo album degli OvO, e funzionava molto bene, anche perché lei ha un modo di lavorare molto personale. L’affinità estetico-poetica con i nanou è risultata impressionante».
Marco Valerio Amico: «L’incontro, da un certo punto di vista, è stato casuale, perché non eravamo sicuri che tutto alla fine coincidesse in maniera così completa, dall’altro invece l’operazione, già iniziata con la presenza di Bruno in Miles – e con l’aver seguito da tempo il lavoro di Bruno e Stefania – grazie al lockdown, dunque al non potersi muovere e avere tempo a disposizione per poter provare delle idee, ha trovato il momento giusto per dirci “proviamo a fare questa cosa insieme”, stimolati anche dalla collaborazione con Ravenna Teatro, di Bronson Produzioni col festival Transmissions Waves che ha ospitato il lavoro nella versione in streaming l’anno scorso e dal supporto di E production».
Stefania Pedretti: «La sfida di Marco Valerio, quello che lo intrigava, era che non componessimo qualcosa appositamente per Arsura ma che utilizzassimo il nostro disco già fatto, cioè le musiche che avremmo eseguito in un nostro concerto. L’intuizione vincente è stata capire che la musica, così com’era, poteva dialogare perfettamente e naturalmente con la danza. Praticamente son quasi due spettacoli che combaciano, che si complementano, due fotografie sovrapposte».

Sembra davvero un incontro destinato.
MVA: «Il moto per coinvolgere proprio gli OvO – oltre alla stima, l’amicizia e la voglia di collaborare che era già nell’aria – è stata la qualità del lavoro di Rhuena, in cerca di quella ruvidezza che il loro suono poteva offrirle, e su cui mi ha trovato subito molto d’accordo. Quella densità di suono, il mischiare i linguaggi artistici, è stato, per me, un ritorno a una visione degli anni novanta in cui i concerti erano performativi, non solo musicali, con una coscienza chiaramente oggi diversa. Il suono così d’impatto degli OvO, che è quasi il contrario rispetto al tema di Arsura –l’arido, il vuoto – è perfetto perchè raggiunge un vuoto attraverso un pieno: una situazione assolutamente densa che si ribalta nel suo opposto. La canzone Miasma, che dà il titolo al loro disco, è il brano che, secondo me, è il punto esatto d’incontro tra OvO e Nanou».
BD: «In particolare Rhuena ha avuto un ruolo cardine nelle scelte, perché è lei che si sarebbe poi mossa sul palco, e tutto è partito appunto dal fatto che una volta ha fatto una prova sul pezzo Miasma e sia lei che Marco Valerio si son resi conto che funzionava molto bene. Da lì è nata l’idea».

Qual è l’aspetto fondamentale che ha permesso un connubio così efficace tra musica e coreografia?
MVA: «Nella musica degli OvO c’è uno spazio, c’è una composizione nel loro suono in cui noi entriamo molto volentieri; nell’impatto dirompente che hanno c’è un varco. Una composizione sapiente e raffinata, ed è proprio lì che il corpo della coreografia si innesta, non per entrare in competizione e neanche per appoggiarvisi, ma per andare a dialogare con quello spazio compositivo che loro lasciano nel lavoro. Questa collaborazione è stata la cosa più divertente del mondo. E poi sì, io mi trovo particolarmente bene con Bruno e Stefania per la precisione e l’esattezza che mettono nelle cose. Siamo riusciti a trovare un bilanciamento (mai un compromesso), nel senso che loro hanno rimesso in discussione la scaletta del disco, hanno messo in discussione proprio anche i passaggi tra un brano e l’altro, data la nostra richiesta di una compattezza del suono più da colonna sonora che da concerto (con gli stop, gli applausi…). E trovando quell’equilibrio per cui, anche da un punto di vista visivo, tanto il corpo emerge quanto sparisce per fare emergere il suono e la performance musicale».
SP: «In effetti abbiamo cambiato il live set a seguito dello spettacolo, che ci ha dato alcuni spunti per cambiare la scaletta. Ci siamo resi conto che l’ordine dei brani utilizzato per Canto Primo rendeva più fluido anche il concerto, scostandolo dalla dinamica di un nostro live tipico, in cui tendiamo a partire molto forte».
BD: «Marco Valerio poi partiva da un punto di vista di connessione tra i pezzi, perché nell’ottica di nanou l’aspetto musicale deve essere un flusso unico, dall’inizio alla fine, mentre noi, da gruppo rock che suona su un palco, avevamo sempre avuto l’esigenza che ci fossero dei picchi e dei bassi, che un pezzo finisse, anche di botto. È la dinamica live. L’aver impostato il lavoro come una colonna sonora ci ha dato nuove visioni della dimensione live».

Fotografia di Elvio Maccheroni

La versione finalmente in presenza di Canto Primo al Rasi risulterà molto diversa da quella in streaming?
SP: «Credo che vivere Canto Primo dal vivo sarà molto diverso per lo spettatore, perché le immagini della versione streaming quasi sempre si concentrano su una o l’altra delle tre figure che sono sul palco, quando invece tutte e tre stanno facendo qualcosa contemporaneamente. Inoltre il montaggio delle immagini ha dovuto calibrare la lentezza della danza con la musica rock. Poi tante parti in cui Rhuena danza nell’abside del Rasi per forza di cose non sono rese al meglio nelle immagini video, non si percepisce la profondità di quel luogo incredibile, anche perché dal vivo Rhuena nell’abside apparirà come un fantasma, un’essenza, aspetto molto difficile da restituire in video. Poi le luci: per quanto si sia provato a rimanere il più possibile fedeli agli effetti luminosi, la telecamera certi tipi di sfumature e intensità proprio non riesce a captarle a pieno, mentre dal vivo si vedrà esattamente cosa è stato creato a livello cromatico, sia per la parte musicale che per quella coreografica, visto tra l’altro che la questione luci e colori è una di quelle su cui Marco Valerio sta lavorando con più attenzione».
MVA: «Quello che sicuramente dal vivo è assicurato è che le vibrazioni, sia sonore che corporee – o comunque percettive anche della luce e delle immagini – arrivano davvero dappertutto, cosa che chiaramente un monitor non può offrire. Lo streaming però ci ha permesso di poter fare una riflessione su quello che oggi può essere un prodotto digitale, o comunque online, e quindi cercare di capire cosa significhi, linguisticamente, misurarsi con quell’oggetto, sapendo che la musica si è già sdoganata in tv, per quanto ne so io almeno dagli anni ’80. Adesso si possono fare altri ragionamenti, e li faremo sicuramente».
BD: «La visione live cambia tantissimo la fruizione dello spettacolo rispetto al video. Dal punto di vista coreografico i nanou lavorano moltissimo sull’assenza, quindi i momenti in cui Rhuena non c’è o non si vede o è in penombra o se ne vede soltanto un pezzettino perché è stesa in terra, hanno la stessa valenza poetica di quelli in cui fa le sue incredibili acrobazie, quindi, ovviamente, avere una visione d’insieme per tutto il tempo dà totalmente un altro sapore allo spettacolo. E anche dal punto di vista dell’impatto sonoro sarà tutta un’altra cosa, perché per quanto noi si sia fatto il lavoro al meglio possibile per lo streaming, non sarà mai la stessa cosa quando ti ritrovi lì sotto le casse. Soprattutto per un gruppo come gli OvO, per il quale la potenza gioca un ruolo importante, esserci in presenza, per il pubblico, sarà molto diverso. Posso immaginare che anche l’azione di Rhuena cambierà rispetto a questi parametri, perché comunque è un solo, c’è una parte scritta e una improvvisata, non fatico a immaginare che la condizione live cambierà anche la scrittura dei suoi movimenti. Dal vivo poi, dove rispetto allo streaming facciamo un paio di pezzi all’inizio da soli, prima dell’ingresso di Rhuena, si percepirà bene l’idea del misto tra concerto e danza».

Torniamo un attimo sulla questione cromatica.
MVA: «I colori che noi usiamo nella riproduzione video vengono sempre falsati per la loro natura di quasi irriproducibilità digitale, quindi dal vivo si avrà un colore molto più vibrante. Lo spazio del Rasi è il luogo in cui il lavoro è nato, per cui il 19 e 20 maggio sarà “a casa”, ed è uno spazio perfetto, tanto che con Alessandro Argnani (direttore di Ravenna Teatro), ridendo, dicevamo che dovremmo portare l’abside in tournée».

Marco Valerio, gruppo nanou si era mai confrontato prima con suoni simili a quelli degli OvO?
«Proprio col noise-metal non avevamo avuto esperienze, qualcosa con dei pezzi di Trent Reznor ma non credo si possano paragonare agli OvO. Quello che è stato veramente l’incontro, al di là della pasta sonora che loro propongono, è la capacità compositiva, su cui Rhuena si è ben misurata, si è trovata a suo agio. Noi non crediamo molto nei generi, nelle etichette, se una cosa è fatta bene può essere fatta in qualsiasi modo, quindi non c’è mai stato per noi un tabù nei confronti di un suono rispetto a un altro, e per questo progetto, che comunque si inseriva nell’atmosfera dell’anno dantesco e nella vera e propria infernalità di quel momento, il suono degli OvO era sicuramente il più adatto. Il lockdown ci ha permesso di guardarci attorno e di cogliere l’occasione dietro casa».

Gli OvO sono sempre stati una band di forte impatto anche fisico sul palco, probabilmente anche questo è un elemento importante per la dimensione live di Canto Primo.
BD: «Le presenze di Stefania e mia sul palco sono abbastanza forti, non sono neutre, e infatti Rhuena, praticamente, si trova a confrontarsi con un palco molto più complesso di quello che sembra. C’è un fondale molto semplice ma intenso, le luci sono parte integrante della narrazione, e hai comunque le nostre due presenze che sono elementi piuttosto precisi e forti. Non stiamo semplicemente suonando».

Il titolo Canto Primo lascia intravedere altre collaborazioni tra OvO e nanou?
MVA: «Fatto il primo, bisognerà fare qualcos’altro! Ne abbiamo già parlato con Bruno e Stefania e c’è il desiderio di proseguire, smarcandoci anche dalla tematica infernale o dai canti danteschi, non è quello il punto. C’è sicuramente un’intesa. Con Bruno stiamo collaborando sul nostro Paradiso. Sicuramente c’è una direzione che ci accomuna e che ci fa ritrovare insieme su più fronti e più progetti. Diciamo che ci auguriamo di andare avanti per continuare a indagare questo ibrido tra performance-danza, performance musicale e performance coreografica. È un territorio che ci sta dando grandi soddisfazioni».

Alessandro Fogli

 

 

La complessità è bellezza

La Stagione dei Teatri 2021/2022
fuori programma
Nudità, di e con Mimmo Cuticchio e Virgilio Sieni
14 maggio 2022, Teatro Rasi

 

In occasione di Nudità al Teatro Rasi per La Stagione dei Teatri e ToDay ToDance, pubblichiamo qui di seguito l’intervista a Mimmo Cuticchio e Virgilio Sieni a cura di Chiara Pirri, che accompagna il foglio di sala dello spettacolo.

Fotografia di Filippo Manzini

 

La vostra collaborazione nasce alla fine del 2016 sotto il titolo Palermo_Arte del Gesto nel Mediterraneo_ Accademia sui linguaggi del corpo e l’opera dei pupi, un progetto che ha già dato vita a spettacoli, performance e laboratori. Cosa vi ha spinto a decidere di portare avanti una ricerca comune?

Virgilio Sieni:
L’incontro con Mimmo nasce dal desiderio di indagare il legame tra il corpo del performer e il corpo della marionetta con lo scopo di ampliare la ricerca tecnica intorno al corpo e al gesto, che appartiene al mio percorso. Naturalmente siamo partiti dalle riflessioni di Gordon Craig e Kleinst sulla marionetta. Protagonisti della ricerca sono ancora una volta gli elementi primari attorno a cui ruota il mio lavoro: la gravità, l’articolazione. Nel cercare la relazioni con l’altro da sé si deve accettare una forma di crisi del proprio mestiere, spogliarsi delle proprie abitudini, acuire percezione e intuizione. Ci siamo affidati l’un l’altro e insieme abbiamo ricercato una terza cosa.
La mia ricerca ha sempre riguardato un corpo articolare, un corpo che attraverso la tecnica andasse a scovare tutte quelle ampiezze, quei punti nodali in cui il corpo prende peso, assume una dinamica e quindi si sposta.

Mimmo Cuticchio:
Il nostro incontro fa parte di quel destino che accomuna le persone che operano una ricerca simile. Fin dalle prime discussioni abbiamo capito che c’erano punti in comune nel nostro lavoro. Io avevo già lavorato con i pupi messi a nudo. Anche l’universo della danza non mi era nuovo. Quando, da figlio d’arte, osservando mio padre muovere i pupi da dietro le scene, avevo notato che i suoi movimenti erano armonici, pure nell’immobilità. Dopo aver portato i pupi dal piccolo teatrino alla grande scena, in alcuni spettacoli ho introdotto la danza con i pupi. Il mio viaggio quindi era già avviato quando, con Virgilio, abbiamo deciso di sperimentare insieme, andare oltre quello che ognuno di noi sapeva già fare. Abbiamo deciso di sperimentare con i giovani, in una prima fase laboratoriale, andando alla ricerca dell’anima della super-marionetta di Craig. Nelle prime sperimentazioni con Virgilio io ho usato pupi in paggio (non armati) e pupi nudi, il piano a cilindro per la musica, il ritmo del cunto siciliano.

– Il concetto di ‘risonanza’ sembra essere alla base della vostra collaborazione. Ma cosa intendente con questo termine?

Virgilio Sieni:
L’idea della risonanza, in danza, indica il non subire la gravità e quindi non entrare in una dimensione di depressione del corpo. La ‘risonanza’ non è soltanto la ricerca di strategie per risollevarsi, ma soprattutto il dialogo costante con la gravità attraverso il sistema articolare. Mi viene da dire che la politica di oggi avrebbe tanto da imparare da questo concetto. La risonanza ha a che fare principalmente con l’ascolto, con l’istaurarsi di una disposizione di apertura, spogliamento dalle sovrastrutture che appesantiscono, abbandonare i pregiudizi e porsi di fronte all’altro per comprendere la dimensione umana, culturale e politica. La risonanza per il danzatore passa dalla tecnica; bisogna capire come il peso può risuonare non solo nei piedi ma in tutto il corpo, in piani orizzontali che coincidono con le articolazioni e non solo verticali. La risonanza è quindi un’esperienza di vita ed un’esperienza democratica del corpo, ma anche un’esperienza politica che prevede l’ascolto e la pratica dell’attesa.

Fotografia di Paolo Porto

– L’Opera dei pupi risale al 1700 ed è ormai iscritta nel Patrimonio dell’Unesco. Due le scuole, quella palermitana e quella catanese e, di conseguenza, pupi che presentano delle diversità nella fabbricazione, più leggeri e snodabili a livello delle articolazioni i primi, più pesanti e con gli arti fissi i secondi. Questa collaborazione nasce anche dal desiderio di salvaguardare una tradizione in estinzione ? 

Mimmo Cuticchio:
La tradizione della marionetta risale alla Sicilia d’epoca greca. Quando ho aperto il teatro dei pupi qui a Palermo (l’ultimo della città), avevo 25 anni. Durante gli anni ‘70 e ‘80 ho scritto nuovi testi, costruito nuovi pupi, fatto di tutto per mantenere viva una tradizione nata in tempi in cui non vi era il cinema né la televisione. Solo la sperimentazione e l’apertura ai giovani permetterà a quest’arte di sopravvivere. Nel ‘97 apro la scuola per Pupari e Cuntisti, grazie anche all’aiuto delle istituzioni. Il futuro per me è la contemporaneità, sia tradizione che avanguardia sono solo parole. La pratica, la continuità nella contemporaneità, questa è la vera tradizione.

Virgilio Sieni:
A me interessa preservare il senso dell’uomo in quanto abitante della terra, lavorare sul corpo mi permette di continuare a pormi delle domande alla ricerca di un maggior grado di consapevolezza. Il problema, in questo caso, non riguarda solo la marionetta e l’opera dei pupi come forme d’arte in via d’estinzione, ma tutto ciò che è attinente a un passato e come preservarlo, se in maniera olografica o alimentandolo dal di dentro. L’opera dei pupi, evidentemente, così come il corpo, ha bisogno di essere frequentata da dentro, poiché si sposta con il tempo. Ciò che trovo interessante quindi, è rintracciare nell’arte della marionetta qualcosa che possa darci lo slancio per intuire nuove strategie dell’oggi. I costumi tradizionali dei pupi, quasi sempre rifiniti da corazza e mantello, fanno riferimento alle storie tradizionalmente narrate da questo teatro, dall’Orlando Furioso alla Gerusalemme liberata

– In Nudità i pupi sono spogliati e il titolo sembra annunciarlo fin dall’inizio. Cosa succede quando la marionetta viene spogliata dei suoi orpelli? E cosa accade al corpo?

Mimmo Cuticchio:
Il lavoro con Virgilio è molto interessante perché permette a entrambi di capire la possibilità di uno sdoppiamento. Quando abbiamo lavorato sulla pazzia di Orlando – scena tipica per la tradizione dei pupi – impersonificata dalla marionetta, Virgilio aiuta il personaggio, nel momento della follia, spogliandolo delle sue armi. Invece, quando io porto in scena l’angelo, che nel teatro dei pupi vola, va in alto sorretto dai fili; Virgilio, che non può andare in alto, fa tutto il contrario, striscia a terra. E un angelo che striscia è come una metamorfosi kafkiana. Nella vita non c’è mai una verità, la strada non è mai finita, c’è sempre qualcosa da aggiungere. Questo cerchiamo di insegnare ai giovani con cui lavoriamo.

Virgilio Sieni:
Nudità si riferisce al fatto che in scena vi sia solo un danzatore che ‘semplicemente’ muove il corpo e una marionetta spogliata che, semplicemente, è ossatura. Ma quando dico ‘semplicemente’ bisogna stare attenti. La vita è molto complessa. Tutto è molto complesso. E oggi i grandi problemi politici vengono troppo semplificati e riassunti; tutto è reso troppo semplicistico. Voglio dire che la complessità è bella, poiché necessita mediazione, strategie. È importante quindi per me il titolo di questo lavoro, Nudità, perché esprime un azzeramento che ci porta verso una complessità. Prendere coscienza del fatto che ogni cosa ha una sua articolazione.

 

Intervista a cura di Chiara Pirri

Fotografia di Filippo Manzini

Teatro Rasi Virtual Tour

Il Rasi inserito nel progetto Teatri Digitali Antac di AGIS

Il patrimonio materiale e immateriale dei Centri di Produzione Antac è stato messo in rete attraverso i modelli virtuali delle sale teatrali e degli spazi annessi. Una città virtuale di luoghi per la produzione e la creazione artistica, mappa di un nuovo modello diffuso e interconnesso di stabilità teatrale. Il progetto è stato lanciato qualche anno fa da Ruggero Sintoni, presidente di Antac, e hanno aderito tutti i Centri di Produzione. Per il Ravenna Teatro si tratta di uno strumento utile di lavoro, non solo per promuovere le proprie attività, ma anche, per esempio, a uso di tecnici e compagnie che saranno ospiti del Teatro Rasi, per capirne perfettamente spazi e struttura.

 

IL PROGETTO

In un momento storico che ci ha indotto, o insegnato, a riconsiderare e risignificare le distanze interpersonali e geografiche, lo sviluppo tecnologico applicato agli spazi virtuali ha suggerito modalità di incontro e fruizione del patrimonio alternative e virtuose, anche al di là dell’emergenza. Antac ha accolto la responsabilità fondamentale di guardare al futuro raccontando il proprio presente e ricordando il proprio passato: col progetto Teatri digitali il patrimonio materiale e immateriale dei Centri di Produzione dei Teatri Stabili d’Arte Contemporanea viene mappato e messo in rete, veicolato dai modelli virtuali delle proprie sale e dei rispettivi spazi.

Sviluppata da interioRE, questa piattaforma permette di entrare con un click nei luoghi della produzione teatrale, attraverso tour virtuali fruibili con ogni device o in modalità immersiva con visore tipo Oculus Quest 2.

Una geografia digitale per una innovativa “stabilità teatrale”, una rete reale di luoghi virtuali per comunicare l’eterogenea ricchezza strutturale di un patrimonio diffuso a vocazione territoriale, saldamente ancorato alle città e ai quartieri in cui sorge. Va sottolineato che i Teatri Digitali sono molto più che semplici montaggi fotografici a 360°, in quanto la tecnologia laser usata in fase di rilievo è basata sulla raccolta di dati tridimensionali, originante veri e propri gemelli digitali degli spazi in cui è possibile passeggiare fluidamente e che risultano misurabili a schermo tramite un intuitivo metro virtuale.

Tale ancoramento allo specifico suolo urbano e culturale, spesso popolato da una comunità di spettatori di riferimento, può aprirsi ora a quella diffusa città virtuale di dati in cui viviamo quotidianamente, raggiungendo un’audience lontana e potenzialmente internazionale, espandendo e al contempo rinsaldando il legame comunitario intorno alla storia e all’identità degli spazi teatrali. Una città nella città che supera i confini e le contingenze spazio-temporali, “aprendo” al pubblico le porte di questi teatri 24 ore su 24.

Il Tour Virtuale del Teatro Rasi è stato realizzato da Andrea Zangari di interioRE.

Tutto brucia ORA

La Stagione dei Teatri 2021/2022
Tutto brucia, uno spettacolo di MOTUS
21 aprile 2022, Teatro Rasi

 

In occasione dello spettacolo Tutto brucia di MOTUS, ospite de La Stagione dei Teatri e inserito in ToDay ToDance, pubblichiamo due contributi inviatici da Daniela Nicolò e Enrico Casagrande: un testo di Daniela Nicolò sullo spettacolo con i rimandi al momento angoscioso di guerra che stiamo vivendo e un piccolo video di Vladimir Bertozzi, girato al primo workshop su Tutto brucia, tenutosi a L’Arboreto di Mondaino nel 2020, dove compaiono Brianda Carreras, Silvia Calderoni, Stefania Tansini e RYF.

Fotografia di Claudia Borgia

Tutto brucia. ORA.

Presentare Tutto brucia ora in questo tempo tristemente infestato da una nuova guerra vicina e funesta lo colloca in un’altra prospettiva. È come se avessimo lavorato immaginando la catastrofe, chiusi nell’isolamento della pandemia e ora lo spettacolo con il suo bruciante grido di dolore entra a contatto con una realtà che sta superando di gran lunga la tragedia, che evoca tutte le catastrofi successe nella nostra maledetta storia infettata da machismo e volontà di possesso.
Avevamo lavorato su Cassandra (di Christa Wolf) durante un’altra sanguinosa guerra nella ex-Yugoslavia, nel 1994, dove stupri etnici e campi di sterminio erano di nuovo tornati sotto le telecamere della nostra lacunosa informazione… Poi un susseguirsi di tanti corpi bruciati visti in immagini di guerre lontane, dal Sudan al Congo, alla Siria… (più raramente, perché meno coperte dai media, non minacciando in modo diretto il nostro famigerato benessere).
Echeggiano anche i tanti racconti atroci della detenzione in Libia, sentiti da migranti che abbiamo incontrato in vari campi di pseudo-accoglienza, da Lampedusa alla giungla di Calè, per altri progetti, come Nella Tempesta che di naufragi e decolonizzazione parlava attraverso la scrittura in fiamme di Aimè Cesaire…  Guerre ignorate, così come colpevolmente assente è questa Europa Egoista nelle politiche di accoglienza per chi viene dal sud del mondo e ha altro colore di pelle. Occorre dirlo forte e chiaro.
Ora però l’orrore è arrivato qua, ora questi corpi carbonizzati a pochi chilometri di distanza fanno tremare… Questa mattina su twitter ho trovato questa foto di Francesca Mannocchi che è a Bucha.
“Guardatelo bene il corpo al centro. è un bambino.” Scrive.

Non abbiamo mai pubblicato immagini di guerra, e non amo certo farlo… Questa immagine però parla più di mille proclami e basterebbe non distogliere lo sguardo disgustato per capire l’assurdità del turbine di violenza infinita in cui l’umanità è precipitata “per amore di Caino” come ha detto il Papa… Mai citato il Papa in vita mia, in questo momento è una delle poche autorevoli voci contro. E va fatto. Anche se è un altro grido di Cassandra. Un grido muto, infinito, che…

Qualunque cosa voglia significare,
esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine.

Tornano anche le parole di Pasolini, torna tutto il nostro trentennale percorso in questo spettacolo che è attraversato da tante bocche spalancate nel lanciare allarmi.
Ora è certo un urlo di dolore quello che taglia Tutto Brucia: “L’urlo di dolore, quello scaturito da una brusca contrazione del diaframma, quello che è lanciato nell’aria e che si trasforma in un rantolo di gola agghiacciante, e che richiama ogni cellula del corpo a magnificare il lutto. Se dovessimo stabilire quale sia stato il dolore più acuto in tutta la storia dell’umanità, non saremmo capaci minimamente di classificare tutti i vinti della storia e, con essi, l’afflizione degli sconfitti. Ma Euripide nelle Troiane ha aperto un varco gigantesco…”[1] con il suo pacifismo ante-litteram, aggiungiamo, ha spalancato la strada alla voce degli oppressi, dei corpi vulnerabili, di chi non ha nemmeno diritto al lutto, al rito funebre, e finisce nelle fosse comuni.

Non so, non riesco più a scrivere dello spettacolo, lì ci sono queste cose: cenere, umani/animali fusi/liquefatti/mostruosamente  trasformati… Ci sono i corpi delle attrici che provano a dire, a sentire, a com-patire, e lo fanno con grande sincerità e trasporto… C’è la voce di Francesca Ryf Morello che canta, e taglia l’aria con le sue note struggenti raccontando l’inesplicabile… c’è molto fumo e oscurità, che ottenebra la visione, la rende dolorosa…
Ma di fondo c’è che è uno spettacolo, e niente più. C’è che è finzione…
che non potrà mai e poi mai incidere sul precipitare dei fatti. Può forse solo servire a noi, che siamo lì in quella sala, a noi, per sentirci un po’ più vicini e coesi nel ripudiare la guerra e i mercanti d’armi, sempre, comunque, ovunque.
E poi c’è quel bagliore di speranza finale, nell’apocalisse, quell’invito di Ecuba, prima di uscire di scena a transformarci:

Ora è troppo tardi, aspettiamo che il futuro arrivi di nuovo…
E tra duemila anni ancora
il nostro nome sarà su tutte le bocche
e quando non saremo che atomi e fiato
voi maledetti non potrete fare niente, niente
contro questa memoria che vi consuma
perchè saremo tutto,
e saremo ovunque
capaci di prendere qualsiasi forma
e andare …

Così finisce Tutto Brucia con le parole che si fanno rumore, che, sommerse dal noise divengono altro, una lingua minore, asessuata, che:
nel suo essere liberata da ogni intento comunicativo, possiede la gioia della distruzione e la possibilità del cambiamento.

Ecco, il nuovo che si muove sul palcoscenico è fastidioso, violento, incomprensibile, oltre le recriminazioni e le accuse. Mai come oggi possiamo tutti identificarci in chi sta vivendo la fine di un mondo, e mai come oggi è importante quindi un immaginario diverso sul mondo a venire, sebbene il nuovo parli una lingua che non capiamo, perché noi spettatori siamo diventati quella stessa incomprensione. In questo senso è la lingua del reale, che è reale proprio perché incomprensibile. Reale come i corpi scarni e nudi delle attrici, corpi che hanno rinunciato ad ogni fasto, corpi semplicemente corpi.[2]

Fotografia di Vladimir Bertozzi

Corpi. Semplicemente corpi. Che in un soffio possono esplodere, essere schiacciati, bruciare. Sparire. Corpi, semplicemente corpi.
Che possono tornare in altre forme per non dimenticare.
Spettri. Più volte invocati anche nel nostro piccolo spettacolo, da cui aggiungo un altro frammento di testo di Silvia/Ecuba, mentre affonda la testa nella cenere:

Gli spirti dei corpi insepolti, vagano senza pace, (senza riti, senza funerali)
mentre noi siamo trascinate via,
lontane
verso un’altra terra
volando sul mare, una nave ci porterà alla piana dove pascolano i cavalli.
Ci separano, ci portano via
e loro ci seguono, inquieti
si affollano sulla spiaggia
ci guardano partire
e sanno, ora, che sono morti per niente.
Per niente.
Eppure, eppure
vivere non è come morire
vivere è
essere
ancora
possibili.

 

NOTE

[1] Tutto brucia, quando il dolore diviene archetipo universale e senza tempo. 23 Gennaio 2022 – di Antonio Forgione su Eroica Fenice
[2] (da Err scritture dell’imprevisto di Felice Cimatti e Daniela Angelucci)

 

Viaggio per mare. Due lettere.

La Stagione dei Teatri 2021/2022
OUTIS – Viaggio per mare, uno spettacolo di teatroINfolle
31 marzo 2022, Teatro Rasi

 

Sviluppatosi nell’arco di tre anni, attraverso numerose residenze artistiche itineranti per tutta l’Italia, OUTIS – Viaggio per mare debutta giovedì 31 marzo al Teatro Rasi per La Stagione dei Teatri. teatroINfolle è stato tra i progetti selezionati a cui Ravenna Teatro ha destinato i suoi fondi di emergenza e proprio al Rasi nel 2021 il collettivo ha compiuto una tappa fondamentale del lavoro. Vi proponiamo qui di seguito l’approfondimento “Outis – Viaggio per mare. Due lettere.” di Eleonora Luciani, già pubblicato su «Merdre!» (Supplemento on line della rivista «Teatro e Storia», 2021).

OUTIS – Viaggio per mare. Due lettere

Elena Griggio – Eleonora Luciani

 

OUTIS – Viaggio per mare è un progetto sperimentale ideato da Elena Griggio, attrice e guida al canto del Teatro Valdoca, sviluppato insieme ad altri sei interpreti da maggio 2018 a ottobre 2019.
Tra il gruppo di OUTIS e la nota compagnia cesenate fondata da Cesare Ronconi e Mariangela Gualtieri non esistono – ad oggi – rapporti di tipo progettuale, mentre forti sembrano essere quelli di natura ideologico-generativa. È vero infatti che il Valdoca ricorre spesso a serie di residenze, seminari e laboratori per l’incontro e il reclutamento di artisti, per lo più giovani, in vista dei successivi spettacoli. Proprio in un simile contesto Elena Griggio viene scelta per partecipare a Giuramenti (2017), preparato durante tre mesi di residenza presso L’arboreto Teatro Dimora di Mondaino con altri 12 attori. In quei mesi le viene affidata la conduzione del coro, e da quel momento in poi, su richiesta di Ronconi, il suo ruolo non è più unicamente di attrice, ma anche di “guida al canto” della compagnia. Benché abbia alle spalle già alcune esperienze di insegnamento, l’occasione di confrontarsi non solo con un gruppo di allievi ma con quella che definisce una «costellazione di maestranze» (composta da Cesare Ronconi, Mariangela Gualtieri, Lucia Palladino, Lorella Barlaam) segna profondamente la vita professionale di Griggio. È sotto questa spinta che nei mesi successivi al debutto, e proprio lavorando ai nuovi laboratori di Teatro Valdoca, decide di scegliere a sua volta dei compagni per intraprendere un «viaggio teatrale», un percorso nel quale artisti alle prime armi e di diversa formazione possano tentare insieme la strada dell’auto-pedagogia.
Nell’arco di un anno e mezzo, incontrandosi con poche risorse prima a Venezia poi ad Ascoli, i componenti si sono scambiati insegnamenti inerenti ognuno alle proprie discipline di provenienza (dalla danza al canto, dalla scrittura al mimo corporeo), e hanno concluso il percorso con una dimostrazione pubblica nell’ultima tappa, in Puglia, al Castello Baronale De Gualtieris: non un vero spettacolo, ma uno studio, che viene dal desiderio di concludere un progetto a porte chiuse con un incontro aperto.
Mesi dopo, all’inizio del 2020, il gruppo decide di riunirsi ancora, questa volta con l’intenzione di sfruttare le dinamiche già sperimentate dell’auto-pedagogia, e il materiale accumulato nelle residenze, in vista di una possibile composizione scenica, intenzione inevitabilmente sospesa dalla pandemia da COVID-19. Proprio questa particolare contingenza, che ha imposto lontananze e lunghi tempi di attesa, fa da sfondo alle due lettere qui riportate (1), che costituiscono la testimonianza di un percorso degno di essere raccontato, e insieme sono un tentativo di confronto tra due rappresentanti alle prime armi di diversi modi di abitare il teatro, quello dello studio e quello della pratica. Lo scambio è stato stimolato da un incontro dal vivo tra le due scriventi, durante un laboratorio Valdoca, e dalla condivisione sulle piattaforme social, nell’aprile 2020 a cadenza settimanale, di materiali inediti delle passate residenze di OUTIS – Viaggio per mare (scatti e video d’autore). La prima lettera, firmata da chi scrive, osserva OUTIS e la sua ideatrice da un punto di vista laterale, esterno, sulla base di una serie di appunti presi nel corso della passata esperienza e dei pochi video condivisi. La seconda lettera, di Elena Griggio, risponde invece dalla zona dei processi e, completando le impressioni della prima e suggerendone di nuove, ripercorre l’intero viaggio. Seguono poi sette scatti realizzati da Roberta Tocco. Sono “ritratti”, sessioni private per ogni attore e separate dalle prove, pensate ognuna in dialogo con uno spazio diverso. Per OUTIS il lavoro fotografico è entrato in gioco in un momento di metamorfosi, del progetto e insieme dei singoli artisti: quello del primo approccio con dei possibili personaggi. Le fotografie (così come le riprese video) non hanno avuto un ruolo descrittivo o didascalico all’interno del progetto, ma hanno collaborato attivamente sia con la composizione attorica sia con quella drammaturgica. Come una specie di occhio aumentato, ogni scatto ha preso parte alla pedagogia permettendo agli artisti di studiarsi, di riconoscere e catturare i dettagli della propria partitura corporea.
In questa sede le immagini sono per noi un canale privilegiato che, insieme alle lettere, da la possibilità di accedere a quella parte della ricerca che di solito rimane impigliata nel privato e nei ricordi. [Eleonora Luciani]

 

 

L’Aquila, 19 Giugno 2020

Cara Elena,

dal nostro primo incontro è ormai passato del tempo. È stato in occasione di un laboratorio di Teatro Valdoca, ti osservavo dall’angolo, nella zona franca di chi non partecipa se non con qualche appunto sul taccuino, in attesa di buone idee per una tesi di laurea che in quei giorni era ancora tutta da scrivere. Già dalle primissime ore, mentre Cesare Ronconi conduceva il gruppo, mi è parso di riconoscerti tra loro come l’esponente di una singolare categoria che ancora oggi non riesco a definire: eri allieva entusiasta, ben nascosta tra i partecipanti, eppure ti muovevi ed eri riconosciuta da chi ti circondava come una sorta di capobranco.
Sulle mie pagine ho conservato qualche ricordo, uno in particolare è un momento di pausa.
Dopo un faticoso training con la danzatrice Lucia Palladino, i partecipanti si spargono ai lati della sala, chi seduto e chi sdraiato a terra, riprendono fiato. Oltre a te solo una ragazza non segue la diaspora generale e resta ferma, segnata da una fatica che mi sembra più mentale che fisica: la inviti a sedere a terra, a te di fronte, le prendi la mano e la esorti a tenerla poggiata sul ventre. Da lontano non riesco a capire cosa vi dite, poco dopo iniziate un canto.
Ho saputo solo più tardi che per tutta la durata del training la partecipante percepiva proprio il busto bloccato, rigido, un fatto che le aumentava lo sforzo e la frustrazione nonostante i vari tentativi da parte di chi vi seguiva per correggerla. L’avevi osservata durante la pratica, eri rimasta alla fine, e una volta sedute le avevi proposto un’altra via, quella della voce, in particolare l’esercizio del canto, per lavorare e ammorbidire la parte centrale del corpo.
Il rischio di avere i natali in compagnie o in gruppi riconosciuti ormai come fondatori e custodi di una propria tradizione è quello di rimanerne sempre allievi: si è formati, pronti per quanto possibile, ma si resta perpetui nascituri. Nel tuo lavoro invece individuavo un certo tipo di disobbedienza, non propriamente anarchica, piuttosto una viva contraddizione che garantisce, rispetto a ciò che si è imparato e chi lo ha trasmesso, l’equilibrio tra conservazione e distacco.
Sapere di OUTIS – Viaggio per mare, il progetto di auto-pedagogia che hai condotto, è stata una conferma, e di nuovo ho preso appunti.
I pochi video che ho visto sembrano restituire in parte l’idea dei bisogni e delle dinamiche del vostro gruppo, le inquadrature e insieme il montaggio sottolineano il fatto determinante: il percorso di provenienza e il sapere di ognuno si trasforma, a turno, nell’insegnamento quotidiano di tutti. Di volta in volta, infatti, lo sguardo della telecamera si sposta da chi fa a chi guarda fare, solo successivamente al fare insieme – da capo, procedendo per tentativi ed errori. Non siete soli negli spazi, di volta in volta diversi ma in genere spogli e illuminati da luci calde, spesso ci sono grandi e curiose macchine di legno con voi, le azionate manualmente, ma cosa sono? Una sembra la ruota di un mulino a vento, gira velocemente e produce lo stesso suono, nel video dell’ultima tappa, Ritorno a casa (2), una ragazza le danza vicino, ne segue il ritmo e pare si muova come imitandola. L’altra si sviluppa in verticale, di forma al limite tra un cannone e una lanterna, non illumina semplicemente gli spazi, li (s)colpisce, delimita il raggio delle vostre azioni.
La pratica del canto, infine, che già conoscevo come tua, pervade tutti i video, e mi lascia immaginare facesse lo stesso con le giornate, rendendosi così il collante di un gruppo carico di differenze.
Questi i miei appunti, quelli presi dal vivo insieme a quelli segnati a distanza, e come vedi molto viene a mancare. I pochi minuti sullo schermo e i ricordi consegnano in definitiva un’atmosfera da interrogare, ma cosa c’è dietro l’atmosfera? Ciò che manca è il racconto di un intero viaggio, e allora chiedo a te di completare gli spazi vuoti, e di aggiungere tutte le pagine mancanti.

Eleonora

 

Venezia, Giugno 2020

Cara Eleonora,

dietro l’atmosfera, mi viene da dirti, c’è un’immensa fatica.
Come sai sono passati ormai due anni dalla nascita di OUTIS, un progetto pedagogico che ho maturato nei mesi successivi al debutto di Giuramenti. Cercavo con cura e silenzio delle persone con cui compiere un viaggio, persone per le quali mi sono impegnata ad arare un campo ancor prima del loro arrivo: Giuditta di Meo, Davide Arena, Francesco Severgnini, Rossella Guidotti, Ilaria Lemmo, Daniele Cannella.
Scelte queste persone e avendo loro accettato di compiere questa impresa insieme a me, abbiamo dunque compiuto sei residenze artistiche, secondo capitoli inerenti al tema che avevo scelto, il viaggio per mare: Naufragio, Terra in Vista, Approdo, Uomo in Mare, Avanscoperta, Ritorno a Casa. In ciascun incontro, a cadenza trimestrale, dai 5 ai 15 giorni di durata, ci siamo scambiati insegnamenti inerenti le nostre discipline (due ore di scambio pedagogico a testa; con due persone ciascuna mattina nel ruolo di insegnanti) e presentati reciprocamente un nostro personale studio sul tema di residenza, chiedendo ai compagni di essere pubblico. Anche lo studio proposto sarebbe stato inerente alla nostra disciplina di specializzazione, danza, musica, sound design, scrittura creativa, mimo corporeo… canto. Abbiamo cantato tanto insieme. È sulla voce che si fonda il cuore infuocato di questo cammino.
Cos’altro? I cerchi di parole. Nel corso delle residenze più lunghe ne facevamo come minimo tre. Si tratta di riunioni in cui il gruppo dialoga e si confronta sui punti da indagare, chiarificare o sbrogliare nel corso dei nostri incontri di lavoro. Alcuni cerchi di parole sono stati molto difficili, ma sono anch’essi migliorati nel tempo… perché abbiamo imparato man mano ad essere più sintetici e, cosa fondamentale, abbiamo inserito un mediatore. Durata massima due ore. Ci sediamo in cerchio. Nella stessa posizione, cantiamo.
Le prime quattro residenze le abbiamo realizzate a Venezia. Ci siamo accampati a casa mia, abbiamo diviso le spese vive e, lavorando tra il Laboratorio Morion (centro sociale storico di Venezia), il Teatro di Marzo (lo spazio che la mia compagnia più piccola, teatroINfolle, ha ricavato da un ex deposito di proiettili dentro a Forte Mezzacapo) e il C.T.R, centro teatrale di ricerca (in Giudecca) abbiamo realizzato i primi capitoli di questo viaggio. Tutto si è evoluto drasticamente da agosto 2019, quando Daniele è riuscito a portarci ad Ascoli Piceno, dove, per la tappa Avanscoperta, ci siamo armati di tende e raccolti nelle Marche, nella chiesa sconsacrata di San Pietro in Castello. Sono state due settimane importantissime, perché si sono concretizzate delle collaborazioni che hanno permesso al nostro lavoro di “fare il salto”. Mi riferisco in particolare alla collaborazione con Gli Impresari, con Luana Giardino e con Michele Mazzocchi. Queste tre figure cardinali hanno portato a OUTIS – Viaggio per Mare gli elementi entro cui il nostro lavoro creativo è riuscito ad avere una forma definita, accanto, naturalmente, alla via via sempre più precisa alchimia dei corpi e della voce degli attori in campo. Opere de Gli Impresari infatti sono le macchine di legno su cui ti interroghi, La Macchina del Sole, La Macchina del Tuono e La Macchina del Vento. Vere e proprie compagne di scena hanno permesso alle figure che gli attori stavano piano piano indagando di avere degli interlocutori più vividi di un semplice oggetto di scena, e meno psicologici di un’ulteriore figura con cui interfacciarsi. Considero le opere de Gli Impresari come animali: sono vive, hanno una luce, un respiro e una dinamica che le rende simili ai draghi, alle figure mitiche dell’inconscio collettivo o alle grandi bestie che abitano questa terra. E al contempo sono di legno, metallo, marmo e stoffa, la loro semplicità mi commuove, vedere i miei compagni animarle e giocare con loro definisce il carattere dei personaggi che sono emersi più di qualsiasi scrittura a priori.
Il lungo lavoro di osservazione dei miei compagni (iniziato ancora prima di invitarli in questa avventura) e l’immensa evoluzione che, fidandosi tra loro, hanno attraversato, mi ha permesso di scorgere pian piano un orizzonte entro il quale il progetto pedagogico andava esaurendosi a favore di un diverso viaggio, quello di un sempre più chiaro disegno drammaturgico. Allora era agosto, e non sapevo che piega avrebbe preso questa rivolta. Luana Giardino, videomaker del progetto, è stata un’altra figura in questo contesto chiave: ci ha portato uno sguardo esterno capace di catturare e restituire i vari volti del processo, dal training alla composizione delle scene. Il nostro occhio era inevitabilmente inibito, abitando da tanto tempo la pancia del vascello ci era sfuggito il suo aspetto esterno, il mare tutto intorno, e se fuori ci fosse una terra da esplorare, da raccontare, oppure no. Michele Mazzocchi in questo senso è stato preziosissimo: contrabbassista e compagno musicista sulla soglia della scena ci ha offerto, oltre che la sua sensibilità musicale, un ponte prezioso tra quel “fuori” (custodito da Luana) e quel “dentro”, abitato profondamente dai miei compagni. Di più: ci ha portato il linguaggio della musica dal vivo, collocato nel preciso luogo della soglia, a un passo dallo spazio entro cui si muovono i corpi in scena.
E di nuovo la fatica che il viaggio porta con sé. Per citare ciò che dicevano i miei maestri in un manifesto Valdoca del 2013: «della nostra fatica ci siamo qualche volta pentiti, ma più spesso ne siamo stati orgogliosi». Nel concreto, la fatica è stata in termini di economie, fondamentalmente energetiche, ma anche organizzative e monetarie. OUTIS – Viaggio per Mare è stato realizzato a mie spese, anche se i compagni hanno contribuito con una quota simbolica di 25 euro a testa a tappa. Questo è stato possibile perché avevo messo da parte un mio risparmio, dedicato a OUTIS, pronto per essere investito a fondo perduto; l’avevo inteso come parte del mio invito al progetto pedagogico, dedicato a chi lo percorreva con me. Mi sembrava giusto, essendo che marcavo io stessa l’avvio di questa traversata e che ne tenevo il timone. Ho potuto sostenere questa decisione fino ad Ascoli Piceno, penultima tappa del progetto pedagogico. Per l’ultima, come sai, è stato necessario un crowdfunding.
Il passaggio che Ascoli ha sancito si è concretizzato in maniera evidente tre mesi dopo in Puglia, nel luogo che Cesare Ronconi aveva individuato per noi, il Castello Baronale De Gualtieris: la nostra ultima residenza, Ritorno a Casa, nell’ottobre del 2019. Qui abbiamo quasi interamente sospeso la ricerca a favore di una concretizzazione delle scene raccolte nell’anno trascorso insieme, inevitabilmente sono emersi dei quadri, e ciascuno di essi era legato all’altro da un’evidente complementarità stilistica, poetica ed emotiva; la struttura invece era solo in parte deducibile e, in buona sostanza, tutta da scrivere. Questo compendio di finestre, elementi più o meno espliciti nel loro raccontarsi, ha costituito la restituzione pubblica che abbiamo fatto alla fine della residenza pugliese, con la quale ho sentito con chiarezza che il progetto pedagogico di OUTIS – Viaggio per Mare aveva concluso il suo cammino.
È stato solo a dicembre 2019, quando ci siamo tutti riuniti a Firenze a un passo da Capodanno, che abbiamo deciso di aprire la prima pagina di un nuovo libro, fratello o forse figlio del precedente, e dunque iniziare a scrivere il nostro spettacolo. Questo desiderio ha chiaramente stravolto il gioco di scambio agile dei ruoli che abbiamo perpetuato durante il percorso pedagogico, all’oggi questi ruoli richiedono una chiarezza che prima ci siamo permessi di sacrificare a favore dello scambio e dell’ascoltarsi, dello scoprire insieme. Si è rivelata fondamentale (già da Ascoli, in realtà) la figura dell’assistente alla regia. Passo dopo passo poi stanno subentrando le figure necessarie alla realizzazione di uno spettacolo, dalla scenografia al disegno luci. C’è stato un massiccio lavoro di drammaturgia orchestrato tra me, Stefania Ventura (mia assistente alla regia) e Giuditta Di Meo, la quale, oltre che attrice, è stata colei che ha scritto le parole pronunciate dai compagni nella restituzione finale che abbiamo fatto in Puglia. Molte di esse sono ancora anima forte del nuovo testo.
Il passaggio dal progetto pedagogico al processo dedicato alla realizzazione dello spettacolo, come vedi, è stato progressivo e, in qualche modo, inesorabile. Gestirlo a distanza è stato difficile, basti pensare che ci siamo detti di continuare nella direzione di uno spettacolo, insieme, a dicembre 2019. Ho fatto in tempo a fare una sola residenza individuale con Daniele, per sviluppare il suo personaggio, ed è scoppiata la pandemia. Le successive residenze individuali sono state tutte via Zoom: una follia, eppure da questi confronti sono nati moltissimi punti fermi che hanno aiutato profondamente il processo di scrittura, a vivificare il lavoro e, semplicemente, a farci tornare a riflettere sul materiale raccolto da un nuovo punto di vista.
Questa è stata la nostra pandemia. Siamo persone che credono al teatro come essenza viva, per i vivi, dal vivo. Ma il tener vivo, a volte, deve accadere per strumenti inaspettati. Pur scalcianti, abbiamo cercato strade possibili. È lì che sono nati “gli appuntamenti del giovedì” sui social media, dove è anche iniziato il nostro dialogo su questa avventura teatrale. Doni inattesi, hai visto?
Questo nuovo OUTIS si fonda sul cammino fino ad ora percorso e ha una scrittura su cui cuciremo pazientemente le prove che iniziano or ora, tra pochi giorni. Abbiamo una mappa di drammaturgia, gli elementi alchemici che compongono la nostra sintesi oramai scritti nel corpo, le dinamiche fisiche tra le diverse entità in scena, e le nostre forze, abbiamo. A volte sentiamo la fatica curvarci le spalle, ma siamo pronti a respirare e a lanciare nell’aria le voci, finché quelle continuano a risuonare, sento che niente è impossibile.

Elena

NOTE

  1. Successiva a queste lettere è l’esperienza con Ravenna Teatro, che a dicembre 2020 ha destinato l’intero importo dei suoi fondi di emergenza ad alcuni artisti, residenze e spazi di ricerca. Il gruppo, ora sotto il nome di teatroINfolle, dal 22 al 28 febbraio 2021 ha avuto l’opportunità di concretizzare sul palco del Teatro Rasi le scene del suo spettacolo.
  2. Le prime quattro tappe del progetto sono state fatte a Venezia nel 2018, ma quelle documentate dai video sono solo le tappe V, e VI che, insieme a uno studio su un personaggio, Caledonia, sono disponibili sulla piattaforma Vimeo di Luana Giardino, la videomaker del progetto.

     

    Davide Arena, Castello Baronale De Gualtieris (Lecce), ottobre, 2019. Foto di Roberta Tocco.

La non-scuola del Teatro delle Albe compie 30 anni

La non-scuola, quell’“asinina” e antiaccademica esperienza di laboratorio teatrale che il Teatro delle Albe tiene viva da trent’anni con gli adolescenti, nel segno del cortocircuito di arte e vita che la compagnia accende ogni giorno, e che vede la partecipazione di centinaia di adolescenti, riparte dopo due anni di sospensione forzata.
Dopo un prologo la scorsa estate tra Ravenna e il forese, questa pratica, che da sempre si confronta con l’energia gioiosa dei molti, è tornata nelle scuole e metterà come di consueto in atto la sua dionisiaca serie di debutti al Teatro Rasi, da mercoledì 16 marzo a venerdì 8 aprile (ATTENZIONE: il programma ha subito variazioni, controllare il calendario sul sito).
Avviata da Marco Martinelli trent’anni fa, la non-scuola è tuttora fonte di rinnovamento continuo delle proprie fertili istanze, facendo di Ravenna Teatro una sede di alfabetizzazione scenica a più sfaccettature, ed esportando il “modello” in diverse parti del mondo.

Fotografia di Enrico Fedrigoli, grafica Casa Walden

La non-scuola è un laboratorio di teatro – ma nel senso più lato immaginabile – nel quale scompaiono i metodi accademici e dove l’idea stessa di uno scambio di emozioni tra pari è già in sé uno spettacolo. La creazione di “coro”, di cui sono intrise la poetica e l’attività del Teatro delle Albe, sprigiona diverse funzioni dell’identità di Ravenna Teatro. Riguarda infatti le modalità compositive della poetica scenica, dove la moltitudine si rivela coro, in relazione alle radici del teatro occidentale e agli snodi tra arte e comunità. Riguarda la creazione di pubblico e la crescita culturale. Riguarda l’accesso facilitato all’arte teatrale, sia in termini di formazione che di socialità.

Dopo quasi due anni durante i quali proprio le situazioni di “moltitudine” e “coro” sono state difficilmente praticabili, i laboratori sono ripartiti all’interno degli edifici scolastici, pur con le difficoltà legate alla situazione pandemica, riaccogliendo nel gioco del teatro il plotone gioioso della non-scuola e celebrando i trent’anni di questa pratica teatrale con la festa finale dei debutti, un’invasione adolescente del Teatro Rasi che attraversa e divora i classici restituendone l’origine dionisiaca.

«Le facce dei trecento adolescenti che a Ravenna partecipano ai laboratori nelle scuole medie superiori, dai licei agli istituti tecnici, le conosco tutte. Fanno parte della mia vita di regista, di direttore artistico, di scrittore, così come le facce di tanti ateniesi erano parte viva dell’immaginario e della scrittura di Aristofane. Io amo questo rapporto carnale tra autore e spettatore, che non è in questo caso solo un rapporto tra autore e spettatore, perché con questi adolescenti costruiamo insieme eventi scenici sorprendenti. Giochiamo, affrontiamo il tutto con la stessa vitalità che richiede una partita di calcio, un concerto rock… Il palco si fa luogo di energie sporche, furibonde, non accademiche, la vita irrompe nel tessuto dei testi antichi, li attraversa senza rispetto, e il linguaggio fisico della scena diventa per chi se ne impossessa più esaltante di un videogame. Le oscenità della commedia antica o i lirismi di Shakespeare rivivono sulla bocca dei quindicenni come lezioni di nuovo teatro, per me e per gli spettatori che le ascoltano».

Così Marco Martinelli racconta la realtà della non-scuola, esperienza nata dapprima negli istituti superiori della città di Ravenna e poi arrivata in diverse parti del mondo, in alcune delle quali continua tuttora: da Milano alla Sicilia e alla Sardegna, a Scampia e Napoli, Lecce, Matera, Roma, Vicenza, Lido Adriano e Santarcangelo, dagli Stati Uniti alla Francia, dal Senegal al Brasile e al Kenya.

«Il ritorno della non-scuola segna il rinnovarsi di una tradizione ravennate che negli anni ha coinvolto diverse generazioni e migliaia di ragazze e ragazzi – afferma Fabio Sbaraglia, assessore alla Cultura del Comune di Ravenna –. Un’esperienza che per tantissimi ha significato il primo e decisivo incontro con il teatro e che ogni anno coinvolge nuovi protagonisti innescando percorsi creativi e di partecipazione assolutamente straordinari. Per questo salutiamo con grande gioia il riproporsi di un’iniziativa che si è profondamente radicata nella nostra comunità e che ha seminato teatro anche in tantissime parti del mondo. Un ringraziamento particolare, oltre naturalmente a Ravenna Teatro, va a tutte le insegnati e gli insegnanti che anche quest’anno hanno deciso di accompagnare il progetto con impegno e passione».

Attraverso il contagio della non-scuola si è innestato tra la scena e l’universo corale dei ragazzi un atto teatrale che è al contempo pedagogico e artistico e che ha generato negli anni un flusso che vede migliaia di giovani appassionarsi alla scena e allo sguardo, chiamati a rivitalizzare in profondità la cultura teatrale di una città.

A Ravenna la non-scuola rappresenta un bacino di coinvolgimento che ogni anno raccoglie nei suoi laboratori circa 300 ragazzi più gli insegnanti, nonostante la difficile situazione economica delle scuole e quindi la poca disponibilità a investire sull’esperienza teatrale, e nonostante le difficoltà che gli istituti incontrano nell’organizzazione dei laboratori. Ravenna Teatro continua tuttavia questo dialogo prezioso anche investendo di proprio: nel 95% dei casi infatti la non-scuola è guidata da ragazzi che proprio nella non-scuola sono cresciuti, perché le guide di oggi sono quelle che la non-scuola l’hanno fatta in passato, sono quei ragazzi e ragazze che si sono ammalati di teatro e che ora vogliono provare a fare del teatro la propria vita.
Proprio nel rapporto prezioso con le guide, da quest’anno si sta pensando a un percorso di riflessione teorica dedicato a loro e aperto alla città, che indaghi questioni pedagogiche e racconti possibili pratiche nella relazione con l’altro che è l’adolescente, un percorso di nutrimento e confronto a latere dell’esperienza fatta nelle scuole durante i laboratori.

 

Fotografia di Enrico Fedrigoli

 

La non-scuola e PARADISO

Anche quest’anno, come nel 2017 in occasione di Inferno, Ravenna Teatro proporrà a tutti i partecipanti della non-scuoladi Ravenna e di tutta Italia – di partecipare anche a PARADISO. Chiamata Pubblica per la “Divina Commedia” di Dante Alighieri, di Marco Martinelli e Ermanna Montanari, una coproduzione Ravenna Festival e Teatro delle AlbeRavenna Teatro, che sarà in scena nel programma del Festival dell’estate 2022.

 

Si ringraziano

Comune di Ravenna-Assessorato alla Cultura, Regione Emilia-Romagna, MIC Ministero della Cultura, Ravenna Teatro, BCC Credito Cooperativo Ravennate Forlivese Imolese Soc. Coop., Confcooperative Romagna, Fondazione Flaminia, 700 Viva Dante Ravenna 1321-2021.

I PARTECIPANTI

Liceo Artistico “P. L. Nervi – G. Severini”, Liceo Classico “D. Alighieri” – Istituto Magistrale “M. Di Savoia”, Liceo Scientifico “A. Oriani”, ITIS “N. Baldini”, ITG “C. Morigia”, ITAS “L. Perdisa”, Fondazione Flaminia per l’Università in Romagna, Assessorato al Decentramento del Comune di Ravenna –Castiglione di Ravenna, Scuola Secondaria 1° grado “G. Zignani”.

IL PROGRAMMA

mercoledì 16 marzo ore 21
I.T.I.S. “N. Baldini”, I.T.G. “C. Morigia”, I.T.A.S. “L. Perdisa”
Alcesti
ispirato a Euripide

sabato 19 marzo ore 21    –>  DATA POSTICIPATA: domenica 10 aprile
Liceo Classico “D. Alighieri”, Istituto Magistrale “M. Di Savoia”
Dopo la tempesta
ispirato a La Tempesta di William Shakespeare

lunedì 28 marzo ore 21
Fondazione Flaminia per l’Università in Romagna
33 Svenimenti
ispirato a Una domanda di matrimonio, L’anniversario, L’orso di Anton Čechov

martedì 29 marzo ore 21   –>  DATA POSTICIPATA: sabato 23 aprile
Liceo Artistico “P. L. Nervi – G. Severini”
Lisistrata
ispirato a Aristofane

giovedì 7 aprile ore 21
Liceo Scientifico “A. Oriani”
Anti-gone
ispirato a Antigone di Sofocle

venerdì 8 aprile ore 21
Ass.to al decentramento del Comune di Ravenna – Castiglione di Ravenna, Scuola Secondaria 1° grado “G. Zignani”
Tirate! Spennate! Battete! Scuoiate!
ispirato a Gli Uccelli di Aristofane

BIGLIETTI TEATRO RASI

Biglietti in vendita il giovedì dalle 16 alle 18, da un’ora prima degli spettacoli e on-line su ravennateatro.com e vivaticket.com

intero 5 €, ridotto* 3 €
*under20, studenti universitari e docenti degli Istituti coinvolti

È fortemente consigliato l’acquisto in prevendita

INFORMAZIONI

Ravenna Teatro, tel. 0544 36239
Biglietteria teatro Rasi, via di Roma 39 Ravenna, tel. 0544 30227 (aperta il giovedì dalle 16 alle 18 e da un’ora prima degli spettacoli)

Ogni attività verrà svolta nel pieno rispetto delle norme vigenti in materia di prevenzione e contenimento del Covid-19. Per accedere ai luoghi di spettacolo è necessario, oltre all’obbligo di indossare la mascherina FFP2, essere in possesso di Green Pass rafforzato a partire dai 12 anni compresi.

 

Fotografia di Cesare Fabbri

L’elefantessa

La Stagione dei Teatri 2021/2022
In exitu, dall’omonimo romanzo di Giovanni Testori nell’adattamento, interpretazione e regia di Roberto Latini
22 febbraio 2022, Teatro Rasi

 

In occasione di In exitu, in scena al Teatro Rasi il 22 febbraio 2022 per La Stagione dei Teatri 2021/2022, vi proponiamo il testo “L’elefantessa” di Roberto Latini.

Quando Federico Tiezzi e Sandro Lombardi mi hanno affidato In exitu di Giovanni Testori ero trasferito a Milano già da un paio di anni.
Già da due anni andavo da casa alla stazione e dalla stazione a casa, ciclicamente, nella consuetudine degli spostamenti.
Ho iniziato a leggere il romanzo in treno e spesso in treno l’ho portato con me.
Per mesi, nell’attenzione di ogni passaggio, nella rilettura necessaria e ancora, ancora, fino alla riduzione che è diventata poi il testo che mi respira in scena.

Lentamente, treno dopo treno, il pensiero è ritornato alla stazione di Milano. O forse, da lì, mai partito.
La stazione di Milano non è soltanto il luogo della vicenda; penso sia la porta d’accesso a un altro livello.
È un pensiero che ho avuto presto, eppure non chiaramente.
La stazione, le stazioni, ogni giorno.
L’andare e venire di tutte le persone, di chi lavora, di chi viaggia, di chi cerca un senso, di chi non cerca più, e poi, certamente, i treni, i tabelloni con gli orari, gli sguardi che sanno una condivisione, ma che non sono complici, e le diffidenze, gli affanni, le complicazioni, le corse, la proiezione di ognuno oltre se stesso, le indicazioni, certi prototipi di umanità, tutto, tutto, – a un certo punto ho pensato – tutto è qui al servizio de il Tempo, forse, per ingrandirlo, renderlo più visibile, possibile, vincerlo, perderlo, per dilatarlo, forse per sfidarlo.
Le stazioni sono la prossimità de il Tempo, l’occasione vera di averne a che fare, le porte d’accesso.
A pensarci bene, è una sensazione quasi fisica, arrivando. Si entra in un’altra dimensione e lo si sa senza saperlo, come quel piccolo sollievo che si prova ogni volta uscendo.
La stazione resta lì, ad aspettarci, la prossima volta, impassibile, come una dea.

Testori la chiama l’elefantessa.
Ci penso sempre.
Mi è ormai irrinunciabile.
L’elefantessa.
Da in exitu in poi, la stazione di Milano non è più la stessa.
Ogni volta che arrivo, che parto, anche quando passo senza entrare, ogni volta ci penso. Di più. Ho bisogno di dirlo, magari a voce bassa, appena sulle labbra, di nominarla: l’elefantessa.
Femminile, materna, grande, così grande, forse, per contenere più Tempo, per mostrarlo meglio, per ricordarci meglio la sua illusione.

Il protagonista del romanzo muore lì.
Il Tempo reclama la data di scadenza, l’ora, il minuto esatto, quasi i pensieri.

Il corpo resta immobile e la lingua pure smette il suo linguaggio.
Gino Riboldi sembrava lì incastrato e finalmente è libero di dimettersi da sé.
La stazione sembra saperlo, come quando al loro cimitero,
nell’istinto superiore, naturale e segreto, vanno gli elefanti.

r.l.

COLTURA TEATRALE

Riapre il Teatro Rasi dopo sette mesi di ristrutturazioni che hanno consegnato alla città una sala completamente rinnovata, con una gradinata e un nuovo ridotto. Festeggiamo questa ripartenza suggerendovi la lettura di COLTURA TEATRALE, testo scritto da Marco Martinelli nel 1992 per il centenario del Rasi, appena un anno dopo la nascita di Ravenna Teatro.

Marco Martinelli. Fotografia di Giampiero Corelli, 1995

 

Penso alla storia di questo edificio. È nato come chiesa, Santa Chiara, da cento anni è un teatro. Penso alle origini del teatro, in Grecia, nel Medioevo, origini religiose. Questo luogo è stato abitato per secoli dalle clarisse, poi è diventato una cavallerizza, infine un teatro. Preghiere, animali, maschere. In un modo misterioso, che mi sfugge, un luogo è anche la storia dei fantasmi che l’hanno attraversato. Quando lavoro penso alle suore e ai cavalli, e provo a immaginarmeli. Combatto con l’oblio, mi sforzo. Ci riesco soprattutto quando il teatro è vuoto. In silenzio. Nel vuoto e nel silenzio si formano le immagini: esseri umani che meditano e contemplano, gente che grida e batte le mani, cavalli che corrono e scalpitano, silenzio e strepito, sudori e canti e racconti: il teatro! Penso al caso di un centenario che scocca nel primo anno di vita di Ravenna Teatro. E penso anche che il caso non esiste, esistono la memoria e l’oblio.

Penso al Rasi come a un luogo di COLTURA TEATRALE. Mi piace parlare del nostro lavoro come lavoro contadino. Mi piace la lentezza, la necessità della lentezza, biologica, stagionale, straniera in un’epoca che sacrifica alla velocità industriale, usa e getta, produci e consuma e dimentica. Penso al teatro che nasce dagli antichi riti di fertilità della terra, penso a un teatro dialettale e epico (la terra è sempre un dialetto!), penso alla possibilità del racconto e della visione. Penso al Rasi come a una casa dei teatranti, vecchi e giovani, affermati e sconosciuti, professionisti e dilettanti. Penso che un’autentica coltura teatrale la si fa se non si ha l’animo da mercanti, se si accetta la sfida di far vivere il teatro DENTRO la città, non come corpo separato, isola felice e infelice, ma come luogo ricco di tensioni vitali, battagliero, spazio per incroci e innesti, organismo vivente, animale che RESPIRA insieme alla città. Penso a un impegno vero, politico per quel che la parola significa, legato alla polis, non alle tessere dei partiti; penso a tutto questo, e mi viene da ridere. Perché sembra invece che il destino degli intellettuali, in questo fine secolo, sia quello di sostare come soprammobili bercianti nei salotti televisivi, oppure quello di starsene indifferenti nelle proprie tane d’avorio: non certo quello di vegliare sui campi di battaglia della memoria e dell’oblio là dove si decide e si sagoma, e si legittima l’identità collettiva.

Penso a Leopardi, a quelle sue parole: «la moda è sorella della morte». A quelle religiose che hanno vissuto e sono morte in questo luogo, magari hanno scritto e recitato come la Rosvita di Gandersheim dipinta da Ermanna. A Leo de Berardinis, che da poco ha aperto un teatro a Bologna e lo ha chiamato LO SPAZIO DELLA MEMORIA. Penso che c’è un modo banale, ingessante, nel guardare alle proprie radici: e poi penso che ce n’è un altro, che invece ci nutre, ci scalda, essenzialmente inventivo. Perché le radici non esistono, e vanno inventate.

Marco Martinelli, Ravenna, 16 aprile 1992.
tratto da “1992-Centenario del Teatro Rasi” a cura di Ermanna Montanari e Cristina Ventrucci, Edizioni Ravenna Teatro, Ravenna, 1992

 

Il testo COLTURA TEATRALE è pubblicato anche in “PRIMAVERA ERETICA. Scritti e interviste: 1983-2013” di Marco Martinelli, Ermanna Montanari, Titivillus, 2014