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Un telegramma per Maurizio Cattelan

Fèsta 2021
HIM di Fanny&Alexander
21 dicembre 2021, Artificerie Almagià

 

Him

di Marco Cavalcoli

 

Il pezzo è tratto dal libro O/Z Atlante di un viaggio teatrale (Ubulibri, 2010) ed è il commento alla tavola fotografica che si vede nell’immagine. Il libro è una raccolta di saggi di differenti autori costruiti intorno a una serie di lemmi; i lemmi erano scelti da Luigi De Angelis e Chiara Lagani e venivano accompagnati a una tavola immaginale appositamente composta e poi attribuiti agli autori in forma di domanda: cosa significa questo lemma per te? Marco Cavalcoli ricevette la tavola «Him», il suo personaggio nell’omonimo spettacolo di Fanny & Alexander. Il testo che segue è la sua risposta.

 

Mi vergogno ad ammettere che non sono in grado di mantenere le mie promesse. Me la sarei voluta cavare con “Io è un altro”, ma che c’entra?
Quando Dorothy e i suoi amici arrivano per l’ultima volta al cospetto del Mago di Oz si rendono conto che il terribile Oz è un imbroglione che non sa fare magie. Lo accusano, pretendono che dia loro ciò che aveva promesso. “Non parlatemi di queste piccolezze”, risponde Oz, “pensate a me e al guaio terribile in cui io mi trovo. Io sono un attore.” Più specificamente, nello spettacolo di Fanny & Alexander in cui accade tutto questo, sono l’attore che impersona il Mago di Oz.

Il 24 aprile 2008 ho ricevuto una lettera. “Quando, nel 1933, Hitler prese il potere, io non avevo che sei anni e perciò nulla rammento di quel fatto. Però, non so quanto tempo dopo, avendo sentito il nome “Hitler” alla radio ed avendo chiesto ragguagli alla mia maestra, mi sentii rispondere con un tono che m’impressionò: “Ma come, è il Duce del grande Reich”. (…) Poi, lo vidi al cinema e mi colpì soltanto per il viso che mi parve enorme e per i baffetti … Ma, allorché avvenne lo “storico” viaggio di Hitler in Italia (…) fui mandato in un plotone, allora si diceva così, di Balilla, per festeggiare alla stazione di San Ruffillo il “trionfale” passaggio del convoglio che tanto rallentò cosicché lo vedemmo benissimo, serio in viso come tu all’inizio dello spettacolo: ebbene, io sussultai a vedere un’immagine così piccina.”
Qui sotto sono ritratti degli autori e degli attori. Io invece sono quello più in basso, con le fattezze che mi ha dato l’autore, in ginocchio nella sala vuota dal silenzio più terribile di qualunque forma.

Il 24 aprile 2010 Maurizio Cattelan ha ricevuto un telegramma. TI INVITO AGLI SPETTACOLI DI FANNY E ALEXANDER AL TEATRO I DI MILANO (PRENOTAZIONI 02.8323156) IN VIA GAUDENZIO FERRARI 11 DAL 26 AL 29 APRILE ALLE ORE 20,30. TUO, HIM.
In realtà non sono proprio sicuro di essere io in quella fotografia. Non riesco a ricordarmi dove fosse quella sala. Ich weiß nicht, was soll es bedeuten, daß ich so traurig bin. Io sono quel bambino sfuocato in bianco e nero. Qualche grafico in vena di scherzi mi ha disegnato i baffi, come alla Gioconda. Impudente. Lei non sa chi sono io! Peccato, me lo sarei fatto spiegare volentieri.

 

“La Canzone del Giardiniere” in “Sylvie e Bruno” di Lewis Carroll

Fèsta 2021
Sylvie e Bruno di Fanny&Alexander
17-20 dicembre 2021, Artificerie Almagià

 

Sylvie e Bruno è il terzo e ultimo romanzo di Lewis Carroll, il famoso autore delle due Alice, l’unico destinato ad un pubblico adulto. Il grande tema del romanzo è il sogno, l’invisibile, ciò che appare ma di fatto non esiste. C’è una straordinaria malinconica canzone che attraversa tutto il romanzo: la canta un Giardiniere folle, sempre in bilico su una gamba sola. Il Giardiniere è un personaggio chiave nel romanzo. Ogni volta che i due piccoli protagonisti della storia, Sylvie e Bruno, lo incontrano, il Giardiniere aggiunge una strofa alla sua canzone, che ha sempre lo stesso schema: ci illudiamo di vedere qualcosa, guardiamo meglio e ci accorgiamo di esserci sbagliati. La realtà è un oggetto inafferrabile. Alla fine del racconto Sylvie e Bruno incontrano per l’ultima volta il Giardiniere. Sta ancora cantando e i bambini si stupiscono: ma non finisce mai questa canzone? Il Giardiniere canterà l’ultima strofa piangendo. Quella canzone, intricata figura dello stesso romanzo, è anche la storia della sua vita. Qui sotto trovate il testo dell’intero componimento carrolliano e la versione musicale che ne ha fatto Emanuele Wiltsch Barberio per lo spettacolo di Fanny & Alexander. Buon ascolto!

 

La Canzone del Giardiniere

di Lewis Carroll
(traduzione di Chiara Lagani)

Pensò d’aver visto un Elefante
esercitarsi col suo flautino.
Guardò ancora e si accorse che invece
Era una lettera della moglie.
«Finalmente» disse «l’ho capita:
ecco l’amarezza della vita!»

Pensò d’avere visto un Bisonte
nel camino, tra la carbonella.
Guardò ancora e si accorse che invece
era la nipote del marito della sorella:
«Se tu non vai via,
chiamerò subito la Polizia!»

Pensava di aver visto un Serpente
interrogarlo, ma in greco antico.
Guardò di nuovo e si accorse che era
la Metà Settimana seguente.
«La cosa», disse, «che m’addolora
è non poter rispondere ancora!»

Pensava di aver visto un Banchiere
che saltava giù da una corriera.
Guardò di nuovo e si accorse che era
un Ippopotamo:
«Se resta a cena», disse,
«per noialtri basterà appena!»

Pensava d’aver visto un Canguro
armeggiare col macinacaffè.
Guardò ancora ma si accorse che era
solo una Pillola Vegetale:
«In caso mi toccasse ingoiarla,
finirei subito all’ospedale».

Pensò di vedere un tiro a quattro
che si fermava accanto al suo letto.
Guardò ancora ma si accorse che era…
…era un Orso, ma senza la testa.
«Oh povera», disse, «sciocca bestia!
Attende il suo rancio per far festa!»

Pensava di vedere un Albatros
volteggiare attorno ad un fanale.
Guardò ancora e si accorse che era
soltanto un francobollo postale.
«Faresti meglio ad andare», disse:
«Per te la notte umida è letale!»

Pensava di vedere un cancello
che si apriva col suo chiavistello.
Guardò ancora e si accorse che era,
ahimè, la Doppia Regola del Tre.
«Ecco che il mistero si rivela:
ora è chiaro come il giorno per me».

Pensava di vedere la Prova
del fatto che era lui adesso il Papa.
Guardò ancora, ma si accorse che era
una saponetta variegata.
«Tutto ciò mi fa paura», disse,
«ogni speranza è ormai tramontata!»

 

 ASCOLTA He thought he saw an elephant, di Emanuele Wiltsch Barberio:

 

Il femminismo radicale di Oz

di Chiara Lagani
illustrazioni di Mara Cerri

Dorothy non è la sola eroina che abita a Oz. C’è anche Betsy Bobbin, la ragazzetta dell’Oklahoma, che sopra una zattera alla deriva sull’oceano, in compagnia di un mulo e priva d’ogni altra cosa, finanche della paura, vaga raminga per un mondo sconosciuto alla ricerca di un posto in cui stabilirsi. C’è Trot, la piccola californiana protetta dalle fate che, affamata di conoscenza, in groppa a un Elicano si schiererà a difesa dell’amore oltraggiato. Poi c’è Ozma, la saggia sovrana; Glinda, la maga-madre; le streghe, buone o cattive che siano, tutte potenti; eserciti di fanciulle; stuoli di principesse…
Insomma, un plotone di personaggi femminili agguerriti e meravigliosi, a paragone del quale i protagonisti maschili appaiono assai più fragili e manchevoli. Siamo dunque in presenza di un autore radicalmente femminista?  La questione è molto più complessa, quel che è certo è che i personaggi femminili sono spesso indimenticabili e sempre forieri di mille domande. Pubblichiamo qui due piccoli ritratti per approfondire due tra i tanti personaggi-donne che compaiono nel labirinto delle storie di OZ: Jinjur, la rivoluzionaria e Glinda, la grande Madre del Regno.

Jinjur e la Città delle Donne.

disegno di Mara Cerri

 

Non tutte le donne sono felici a Oz, il più felice possibile dei regni. Un nutrito manipolo di giovanissime, capeggiato da un’amazzone fanciulla, il Generale Jinjur, è molto insoddisfatto del governo del Re Spaventapasseri, nominato sovrano dal Mago alla fine del primo libro.
L’apparizione di Jinjur nel racconto è folgorante: una ragazzetta, seduta sul bordo della strada, magnificamente vestita con una «barbarica» uniforme colorata, intenta a consumare la sua colazione di uova sode e panini. La placida teoria rivoluzionaria che Jinjur espone a Tip, il ragazzetto protagonista di questa storia, è uno spiazzante andirivieni di luoghi comuni, femministi e maschilisti al contempo.
Il colpo d’occhio delle amazzoni, colorate e armate di ferri da calza infilati nelle acconciature e sedute sul prato del loro raduno di guerra come a uno stravagante pic-nic, è un’immagine davvero seducente. Quando Jinjur si arrampica sull’albero da cui terrà il suo discorso motivazionale, per un attimo potrebbe perfino riaccendere alla causa femminista il cuore del lettore:

Amiche, cittadine, ragazze! – disse. – Stiamo per accingerci alla Grande Ribellione contro gli uomini di Oz! Marceremo alla conquista della Città di Smeraldo per detronizzare il Re Spaventapasseri [… ] e prender potere sui nostri oppressori d’un tempo. – Urrà! – dissero quelle tra loro che avevano ascoltato.

Il buon Guardiano dei Cancelli del Regno accoglie da vero galantuomo le sgrammaticate invasore, che si presentano come “rivoltanti”, definizione alla quale l’ammirato custode, sensibile al fascino muliebre, non aderisce affatto. Quando poi le fanciulle brandiranno i loro ferri aguzzi intimandogli la resa, l’uomo le supplicherà sconsolato:

Tornate a casa dalla mamma, ragazze, mungete le mucche, fate il pane. Non sapete che è pericoloso conquistare una città?

Le ragazze naturalmente non lo ascoltano: assediano il Palazzo e conquistano indisturbate il Regno.
Il sentimento più notevole che le donne in rivolta suscitano negli uomini, subito dopo lo stupore, è la paura, anzi il terrore: i maschi temono quelle femmine scalmanate e fuggono a gambe levate per non doverle affrontare.
Ma, a guardar bene, la più “ferrea” di loro, Jinjur, è soltanto una bambina capricciosa che trascorre il tempo a mangiare caramelle e a scartare cioccolatini verdi, dondolandosi nell’amaca del suo giardino d’infanzia. In certo senso, sebbene insceni una specie di resistenza, è pronta fin dal principio a essere punita e a farsi rispedire dalla mamma. Non appena Glinda, la potente Maga, stabilirà che il momento è venuto, come una bimba che sa d’averla fatta grossa, se ne tornerà di buon grado dai genitori. Ritroveremo Jinjur solo alla fine del racconto: una ragazzina umile e dimessa, che di fiero conserva solo lo sguardo: tra la folla porge una tazza di latte a Ozma, Regina di Oz. Nel frattempo ha sposato un fattore e si occupa dell’azienda di famiglia. Ozma s’informa sul marito della ragazza: come mai non è con lei?

È a casa a curarsi un occhio nero, – rispose Jinjur tranquillamente. – Quello stupido insisteva a voler mungere la mucca rossa, mentre io volevo che mungesse quella bianca; ma la prossima volta ci penserà due volte, ne sono certa.

Il lupo perde il pelo ma non il vizio, sembra dirci Baum divertito, ma l’ironica, e in fondo amara, parabola femminista di Jinjur ci suggerisce anche un’altra possibilità. Il problema della piccola ribelle non era affatto quello d’esser donna, dopotutto anche Glinda, la Maga e Ozma, sovrana di Oz, sono donne e nessuno contesta il loro potere; la questione era ed è più semplicemente quella del buon governo, che ha a cuore gli altri, in opposizione al cattivo governo, che ha a cuore i vantaggi individuali. La ragione, cioè, che spinge Jinjur a voler essere regina poco ha a che fare con l’emancipazione e il femminismo, in fondo, ma è infantile, egoista e frivola. Ancor più, riguarda le due debolezze che a Oz in assoluto sono considerate un vizio capitale: l’egoismo e la vanità.

 

Glinda, la Grande Madre.

disegno di Mara Cerri

 

Alla fine del primo libro di Oz, che è anche quello più famoso, Dorothy, partito il Mago, non ha più alcuna speranza di ritrovare la via di casa. È a quel punto che interviene Glinda.

Glinda, la Maga buona, a Oz è la Buona Madre di tutti, declinazione possibile dell’archetipo della Grande Madre. Il Castello di Glinda, nella regione del Sud ha infatti struttura prevalentemente matriarcale. Viene descritto con dovizia di dettagli nella Principessa perduta di Oz. È di marmo e d’argento

e la Maga vi abita, attorniata da uno stuolo di splendide fanciulle, che vengono dalle quattro regioni della terra fatata e dalla magnifica Città di Smeraldo.

Alla fine del primo libro, dunque, quando Dorothy andrà a cercare Glinda, ultima speme, troverà ad attenderla, di fronte al castello, tre «ragazze, vestite con bellissime uniformi rosse ricamate d’oro» che l’annunciano alla loro signora e la preparano ritualmente al sacro incontro lavandola, pettinandola e vestendola. Glinda siede su un trono di rubini

e agli occhi della bambina era bellissima e giovane. Aveva capelli di un rosso profondo, che le scendevano sulle spalle in una cascata di piccoli ricci. La sua veste era bianco puro, ma gli occhi erano blu e la guardavano con dolcezza. – Cosa posso fare per te, bambina mia? – chiese la Strega.

Chi non desidererebbe incontrare un se stesso più grande, più saggio, più bello, con tutte le risposte che cercava? Ma gli specchi delle favole forniscono solo soluzioni magiche e non offrono alternative.

Le tue Scarpette d’Argento ti trasporteranno oltre il deserto, – disse Glinda. – Se solo tu avessi conosciuto il loro potere, saresti potuta ritornare dalla Zia Em anche il primo giorno che arrivasti in questo paese.

La Strega buona che Dorothy incontra quando ormai dispera nel ritorno, è una specie di specchio estremo nella storia, il più dolcemente misterioso. Quel che rivela è grande e spaventoso. Il passo lieve e triplice, tre colpi come un battito di ciglia, è un gesto elementare e compatto, ma anche inconoscibile: è dentro di noi, ma non riesce davvero ad appartenerci. Cos’è allora? È un gesto creativo? O solo magico? È una semplice soluzione narrativa? Nella “parabola eternamente femminina” di Oz, forse è proprio Glinda, dolce madre e misteriosa fanciulla, a suggerirci che l’uscita dal Regno è una cosa irrevocabile che mette in crisi la nostra stessa visione del mondo con le sue più contraddittorie e potenti immagini.