COLTURA TEATRALE

Riapre il Teatro Rasi dopo sette mesi di ristrutturazioni che hanno consegnato alla città una sala completamente rinnovata, con una gradinata e un nuovo ridotto. Festeggiamo questa ripartenza suggerendovi la lettura di COLTURA TEATRALE, testo scritto da Marco Martinelli nel 1992 per il centenario del Rasi, appena un anno dopo la nascita di Ravenna Teatro.

Marco Martinelli. Fotografia di Giampiero Corelli, 1995

 

Penso alla storia di questo edificio. È nato come chiesa, Santa Chiara, da cento anni è un teatro. Penso alle origini del teatro, in Grecia, nel Medioevo, origini religiose. Questo luogo è stato abitato per secoli dalle clarisse, poi è diventato una cavallerizza, infine un teatro. Preghiere, animali, maschere. In un modo misterioso, che mi sfugge, un luogo è anche la storia dei fantasmi che l’hanno attraversato. Quando lavoro penso alle suore e ai cavalli, e provo a immaginarmeli. Combatto con l’oblio, mi sforzo. Ci riesco soprattutto quando il teatro è vuoto. In silenzio. Nel vuoto e nel silenzio si formano le immagini: esseri umani che meditano e contemplano, gente che grida e batte le mani, cavalli che corrono e scalpitano, silenzio e strepito, sudori e canti e racconti: il teatro! Penso al caso di un centenario che scocca nel primo anno di vita di Ravenna Teatro. E penso anche che il caso non esiste, esistono la memoria e l’oblio.

Penso al Rasi come a un luogo di COLTURA TEATRALE. Mi piace parlare del nostro lavoro come lavoro contadino. Mi piace la lentezza, la necessità della lentezza, biologica, stagionale, straniera in un’epoca che sacrifica alla velocità industriale, usa e getta, produci e consuma e dimentica. Penso al teatro che nasce dagli antichi riti di fertilità della terra, penso a un teatro dialettale e epico (la terra è sempre un dialetto!), penso alla possibilità del racconto e della visione. Penso al Rasi come a una casa dei teatranti, vecchi e giovani, affermati e sconosciuti, professionisti e dilettanti. Penso che un’autentica coltura teatrale la si fa se non si ha l’animo da mercanti, se si accetta la sfida di far vivere il teatro DENTRO la città, non come corpo separato, isola felice e infelice, ma come luogo ricco di tensioni vitali, battagliero, spazio per incroci e innesti, organismo vivente, animale che RESPIRA insieme alla città. Penso a un impegno vero, politico per quel che la parola significa, legato alla polis, non alle tessere dei partiti; penso a tutto questo, e mi viene da ridere. Perché sembra invece che il destino degli intellettuali, in questo fine secolo, sia quello di sostare come soprammobili bercianti nei salotti televisivi, oppure quello di starsene indifferenti nelle proprie tane d’avorio: non certo quello di vegliare sui campi di battaglia della memoria e dell’oblio là dove si decide e si sagoma, e si legittima l’identità collettiva.

Penso a Leopardi, a quelle sue parole: «la moda è sorella della morte». A quelle religiose che hanno vissuto e sono morte in questo luogo, magari hanno scritto e recitato come la Rosvita di Gandersheim dipinta da Ermanna. A Leo de Berardinis, che da poco ha aperto un teatro a Bologna e lo ha chiamato LO SPAZIO DELLA MEMORIA. Penso che c’è un modo banale, ingessante, nel guardare alle proprie radici: e poi penso che ce n’è un altro, che invece ci nutre, ci scalda, essenzialmente inventivo. Perché le radici non esistono, e vanno inventate.

Marco Martinelli, Ravenna, 16 aprile 1992.
tratto da “1992-Centenario del Teatro Rasi” a cura di Ermanna Montanari e Cristina Ventrucci, Edizioni Ravenna Teatro, Ravenna, 1992

 

Il testo COLTURA TEATRALE è pubblicato anche in “PRIMAVERA ERETICA. Scritti e interviste: 1983-2013” di Marco Martinelli, Ermanna Montanari, Titivillus, 2014

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