Approfondimenti

Storie di Ravenna: “Utili per trovare nuovi linguaggi”

Il 28 novembre verrà inaugurata la quarta stagione di Storie di Ravenna – fortunata serie che nasce dalla volontà di raccontare la storia della città attraverso la voce di studiosi ed esperti utilizzando, però, i tempi ed i linguaggi del teatro. Dopo l’evento speciale organizzato dal 19 al 23 ottobre al Teatro Socjale di Piangipane, dal titolo Volta e Rivolta. Storie di braccianti e cooperazione per i cento anni (e uno) del Teatro Socjale, e in attesa di conoscere il nuovo programma che verrà presentato nelle prossime settimane, Federica Ferruzzi intervista la storica Laura Orlandini.

Laura Orlandini durante una serata di Storie di Ravenna al Socjale di Piangipane (foto Carlo Lastrucci)

Teodorico, San Romualdo, ma anche la trafila garibaldina e la marcia su Ravenna del ’21: sono diversi i personaggi e i temi approfonditi dal format Storie di Ravenna dal 2018 ad oggi, un dialogo a più voci con testimonianze letterarie, biografiche ed epistolari su alcuni snodi significativi della storia cittadina che ha visto in scena storici e storiche, studiosi e studiose, attori e attrici.
L’idea è stata quella di riprodurre, in teatro, lo spirito del trebbo, coinvolgendo anche chi attore non è. E tocca alla storica Laura Orlandini tracciare un bilancio anche a nome dei colleghi Giovanni Gardini e Alessandro Luparini che sono tra i protagonisti di questa fortunata rassegna.

Come è nata la rassegna e come siete stati coinvolti?
“L’idea è nata da Alessandro Argnani, condirettore di Ravenna Teatro: è stato lui a pensare di portare la Storia a teatro. L’intuizione è stata quella di coinvolgere Alessandro Luparini come storico contemporaneista e Giovanni Gardini come storico dell’arte. Insieme hanno iniziato a costruire le puntate coinvolgendo studiosi diversi tra loro. Io ho partecipato dapprima come spettatrice, poi come studiosa ed infine sono entrata ufficialmente in squadra”.

Come è stato il debutto?
“All’inizio l’idea è stata quella di coinvolgere esperti diversi che raccontassero le loro competenze e  fin dall’inizio non si è trattato né di una conferenza, né di una lettura, né di una rappresentazione teatrale, quanto piuttosto dell’unione di tutti questi elementi. La storia è quindi stata inserita all’interno dei tempi e della struttura del teatro. La prima puntata è stata dedicata alla storia antica e ha destato molta curiosità: inizialmente si è partiti con uno spettacolo al mese, fissato di lunedì alle 18, seguito da un momento conviviale in cui venivano coinvolti, a turno, alcuni ristoranti della città. Anche se ogni volta veniva scelto un argomento preciso, non si parlava solo di quello, ma si trattava di un punto di partenza per arrivare a nuovi temi anche grazie ai diversi interessi degli storici coinvolti”.

Quali sono stati i meriti di questo format?
“Credo sia stato interessante unire una regia alle competenze degli storici. Alessandro Argnani, Roberto Magnani e Alessandro Renda ci hanno insegnato a rispettare le tempistiche teatrali e hanno creato uno spazio affinché le nostre conoscenze potessero esprimersi. Al Rasi abbiamo imparato a stare sul palco insieme ad un attore o un’attrice che, di volta in volta, hanno letto testi scelti da noi. Chi lavora nella storia spesso si muove in un ambito pubblico, presenta libri, insegna, ma vedere una platea varia presente in maniera assidua è stata una bella conquista. Questa esperienza ha aiutato a trovare nuovi linguaggi e il fatto di raccontare la storia partendo da un luogo noto ha suscitato interesse”.

Ci sono Storie a cui è rimasta legata?
“Ci sono argomenti che mi hanno coinvolto in prima persona, mentre altri hanno significato imparare nuove cose. Se devo pensare ad un momento a cui sono particolarmente legata è stato quello della riapertura del Rasi dopo l’anno di chiusura 2020-2021. Era il primo maggio e organizzammo una puntata di Storie di Ravenna dedicata a temi diversi che andavano dal luogo stesso del teatro alle lotte sociali: fu molto bello essere lì in quel momento e avere un pubblico di fronte. Ho sentito che eravamo tutti insieme, sul palco e in platea, contenti di esserci”.

Nuove suggestioni per la prossima stagione?
“Ogni volta ci sembra che siano esaurite le possibili storie da raccontare, ma così non è. Le suggestioni possono essere diverse, Ravenna ha avuto periodi in cui è stata al centro degli eventi e momenti in cui ne è stata ai margini: spunti di riflessione possono arrivare da più parti, la curiosità del provare a raccontare ancora qualcosa c’è e ci saranno presto altre proposte”.

Il mio ‘Periodo Pasolini’: intervista a Daniele Roccato

LA STAGIONE DEI TEATRI 2022-2023

 

Intervista a Daniele Roccato, contrabbassista e compositore che ha realizzato le musiche dello spettacolo Pasolinacci e Pasolini. Quattro movimenti di ascolto, di e con Marco Martinelli e Ermanna Montanari, in scena venerdì 18 e sabato 19 novembre 2022 alle ore 21, domenica20 novembre alle ore 15.30, al Teatro Rasi.

Come ha composto questa drammaturgia sonora?
“La composizione musicale è nata insieme alla drammaturgia vera e propria; in pratica è venuta da sé, insieme al testo. Lo schema da cui siamo partiti è quello della drammaturgia teatrale, su cui ho realizzato una bozza musicale e poi, a mano a mano che si precisava lo scritto, si chiariva anche la musica. Si può dire che siano cresciute insieme”.

Qual è la figura di Pasolini che emerge?
“Da questo spettacolo emerge quello che Pasolini ha significato per i giovani di quella generazione e, più dettagliatamente, quello che ha rappresentato per Marco, Ermanna e per il Teatro delle Albe. Da un lato c’è il peso specifico della sua figura, l’apertura che ha portato e l’immaginario che ha saputo creare, dall’altro c’è la musica, che qui viene influenzata dalla visione e dalla sensibilità stessa di Pasolini”.

Quello con Marco Martinelli e Ermanna Montanari è un rapporto che dura da anni: cosa aggiunge, questo, allo spettacolo?
“Si può dire che Pasolinacci e Pasolini sia la summa del lavoro portato avanti, insieme, nell’ultimo decennio. Qui la musica si presenta come un nuovo personaggio: in un dialogo immaginario rappresenta una sorta di controparte, un interlocutore, è il raccolto di quello che è stato seminato e su cui si è lavorato in questi anni”.

Qual è il suo rapporto con Pasolini?
“È un rapporto molto distratto, non ho mai avuto un ‘periodo Pasolini’, come invece è accaduto con altri scrittori e come succede spesso, in particolare da adolescenti, con film e libri. Posso dire che il mio ‘Periodo Pasolini’ sia questo: sto infatti mettendo insieme tutto quello che ho visto e letto negli ultimi anni. Ricordo con grande piacere una trasmissione di Enzo Biagi in cui questo intellettuale è stato ospite e in cui, citando implicitamente McLuhan, spiegava come, chi parli attraverso il medium televisivo, influenzi lo spettatore anche solo per il mezzo stesso che utilizza. Mi piace ricordare il Pasolini che ‘rompeva’ il giocattolo della comunicazione televisiva, che guardava la realtà negli occhi e la svelava senza pudore. Per me Pasolini era questo”.

Intervista a cura di Federica Ferruzzi.

Intervista a Valter Malosti

LA STAGIONE DEI TEATRI 2022-2023

 

Intervista a Valter Malosti, regista dello spettacolo I due gemelli veneziani, in scena al Teatro Alighieri dal 10 al 12 novembre ore 21:00, domenica 13 ore 15.30.

Video intervista a cura della giornalista Federica Ferruzzi

 

Sabato 12, alle ore 18:00, è previsto l’incontro con il regista nel ridotto dell’Alighieri condotto da Gerardo Guccini, docente di Storia del teatro e dello spettacolo al DAMS di Bologna. 

Una Chiamata Pubblica lunga sei anni

Un percorso lungo sei anni, mai sperimentato prima, che ha reso protagonisti migliaia di cittadine e cittadini accomunati dalla curiosità e dalla voglia di mettersi in gioco. Chiamata Pubblica è stata tutto questo: persone di età diversa, con attività differenti che, per dirla con le parole di un cittadino, “si sono svestiti dei propri panni per indossare quelli di un corpo unico”. “Non importa cosa tu faccia nella vita – incalza un’altra cittadina: lì eri chiamato a realizzare un progetto e non contava chi tu fossi”.

Un filo rosso si snoda tra le tante testimonianze di chi, dal 2017 ad oggi, ha “attraversato” Inferno, Purgatorio e Paradiso, ed è riassunto in alcune potenti frasi che ricorrono: “grande umiltà di Marco Martinelli e Ermanna Montanari”, “forte capacità di ascolto”, “profondo rispetto per noi semplici cittadini”, “attenzione all’altro”, “gratitudine”. E in quell’esserci ricordato da una giovane cittadina, Caterina De Lorenzo, che all’inizio di quest’avventura era in seconda elementare: “Ermanna e Marco stavano molto insieme a noi, ‘facevano’, erano partecipi dell’azione teatrale e questo è stato molto stimolante”. Il senso di appartenenza che un progetto di questo tipo sviluppa in chi vi partecipa è  tracciato da Anna Finelli, cittadina che dal Flegetonte è salita all’Empireo complice uno spettacolo frequentato dalla figlia: “Ho visto un signore tutte le sere, per quindici giorni di fila alla Tomba di Dante, durante il canto iniziale – racconta -: ancora non conosco il nome di quell’uomo, ma l’ultima sera ci siamo salutati con un abbraccio”.

 

Ivana Franchini si è avvicinata alla Chiamata nel 2017 spinta da curiosità. “Abbiamo sempre stimato Marco Martinelli e Ermanna Montanari – spiega -, ma frequentandoli tutti i giorni abbiamo potuto misurare la loro grandissima umanità: ci hanno fatto entrare nel progetto e hanno fatto in modo che lo sentissimo nostro. C’è però un aspetto che mi ha sempre colpito, fin dalla costruzione di Inferno: ogni volta che li incontravamo, ci salutavano con il nostro nome. Può sembrare normale, ma ricordo che eravamo in ottocento”. Ripensando a tutto il percorso, Franchini spiega: “Non è tanto quello che noi abbiamo dato a loro, bensì il contrario. E non parlo solo di Marco e Ermanna, ma anche di tutti gli attori, le attrici e le guide. Anche per questo, credo, abbiamo proseguito fino ad oggi. Certo, Inferno è stato incredibile. Ricordo che nel cortile improvvisammo l’Osteria del Rabbuffo: io ero nel gruppo degli Avari – Scialacquatori e abbiamo perfino creato una chat whatsapp che prendeva spunto dalle parole pronunciate da Ermanna, ‘Fatica vana’, in cui ci sentiamo ancora. Non è da tutti vivere un’esperienza del genere: io ho 67 anni, da 40 sono abbonata a teatro e da sette sono clown di corsia, ma devo dire che quanto vissuto è stato potente”. Ora, come per tanti “colleghi” e “colleghe”, lo sguardo di Franchini è rivolto a gennaio, quando toccherà al Cantiere Malagola. “Ci siamo già dati appuntamento, siamo sicuri che sarà un nuovo percorso costruito con il cuore e con l’amore per l’esserci”. 

Anche nel caso di Sabrina Sergi quello che l’ha indotta a partecipare alla Chiamata è stata semplice curiosità. “Si è trattata di un’esperienza meravigliosa, un lungo percorso di crescita dal 2017 a oggi. Non avevo mai partecipato a niente di simile: Marco e Ermanna sono state vere e proprie guide, ma ci hanno lasciato anche molta libertà espressiva e, insieme, abbiamo costruito un percorso per capire il modo più adatto per esprimere quello che avevamo dentro. Personalmente sono stata molto toccata dai racconti delle Pie in Purgatorio, perché alcuni partivano dal vissuto personale delle partecipanti, di conseguenza è stato molto intenso. Il merito di questo cammino è anche stato quello di averci riportato a studiare Dante per conto nostro. E il fatto che venisse riconosciuta tanta importanza a noi profani credo sia stato un elemento fondamentale, che ci ha accresciuto nella responsabilità. Ora aspettiamo con ansia nuovi progetti”. 

Barbara Brusoni si è invece avvicinata alla Chiamata “perchè il teatro è sempre stata la mia passione. Era emozionante poter far parte del progetto, anche se ero consapevole di essere una goccia nel mare, ma era interessante vedere da vicino come nasce un’opera teatrale. Marco Martinelli è dotato di una grande forza che ti fa sentire importante anche se in scena ci stai per pochi minuti. Ti dedica tempo. Ti fa sentire parte di questo meccanismo”. Nella vita Brusoni lavora con i computer e nell’Inferno vestiva i panni di un’usuraia in mezzo a video spenti e a cassetti vuoti, condannata a ripetere, invano, la stessa parola. “Da allora ho continuato a partecipare e a sentirmi parte di quadro che si muove. L’impegno è stato costante per mesi: nulla è rimasto al caso, dai vestiti, scelti con cura dalle costumiste, allo smalto, a cui ho dovuto rinunciare. Dietro a due ore in scena ci sono tre mesi di lavoro intenso, oltre a quello che è servito per l’ideazione. E le domande, quelle che avete sentito in Paradiso, sono partite davvero da noi: Alessandro Renda e Marco Martinelli non hanno fatto altro che aggiustarle in poetica e sintassi. Ognuno si è guardato dentro e ha attinto alla propria esperienza personale”. 

 

Anna Finelli si definisce “Troppo vecchia per la non-scuola, ma conoscevo Le Albe tramite mia figlia, che aveva preso parte allo spettacolo Pinocchio”. Quando uscì la Chiamata, Finelli aderì immediatamente. “L’idea di una città intera che si mette in marcia per un progetto corale mi sembrò geniale. Il primo aspetto, quello che mi spinse, fu il voler dare il mio contributo: volevo ‘mettermi a servizio’ e solo dopo ho riflettuto sul fatto che avrei calcato un palcoscenico. Per fortuna ci si arriva per gradi, non è che uno che non ha mai fatto niente si trovi d’un tratto a recitare l’Otello. In Inferno la preparazione è stata lenta, ricordo che Marco introdusse dettagliatamente i cori e questo tempo permise di imparare a fidarsi e dire: ‘mi metto nelle loro mani, andrà bene’. Ecco, penso sia stato questo il filo conduttore che ha legato tutti noi. Credo che Inferno sia stato il più entusiasmante perché  è stato il primo. Purgatorio è stato un bellissimo spettacolo in sé, ma per noi che lo abbiamo vissuto è stato meno coinvolgente proprio per com’era strutturato, in quanto c’era una minore partecipazione di massa. Paradiso è andato in scena quasi subito, ma è riuscito a creare legami potenti ed è stata la chiusura di un bellissimo cerchio. In generale, devo dire che l’esperienza nata nel 2017 mi ha insegnato come, con un minimo sforzo da parte di tutti, si sia potuto fare moltissimo indipendentemente da chi siamo. Un altro aspetto importante è stato quello di avermi portato ad amare Dante, di cui avevo un ricordo scolastico non proprio affettuoso. Ora, invece, partecipo alle letture perpetue e con un’amica ci siamo prefissate di leggere tutti i canti. Infine, proprio grazie al cammino intrapreso dalle Albe, ho spinto colleghe mosaiciste a realizzare opere dedicate alla trilogia dantesca: per Inferno e Purgatorio, Cna nazionale ha realizzato un documentario che è stato in mostra a Firenze per ben due volte e che oggi è a Roma, mentre in ottobre presenteremo l’opera completa qui a Ravenna. Oggi, insieme a queste colleghe, lavoriamo anche su altri progetti e anche questo è stato un merito che va attribuito alla Chiamata Pubblica. Non vedo l’ora che sia gennaio per frequentare il Cantiere Malagola”.

Quando l’esperienza è partita, nel 2017, Marco Turchetti era consigliere del Comune di Ravenna. “Mi avvicinai al progetto in virtù della carica che ricoprivo: sei anni fa facevo parte del consiglio comunale e quando arrivò il progetto sono stato uno di quelli che più entusiasticamente lo ha portato avanti. Ho sempre creduto nel lavoro di Martinelli e mi ci sono ‘buttato’ subito con entusiasmo. Faccio l’architetto e ho partecipato a progetti di urbanistica aperti ai cittadini, ma la frequentazione era data soprattutto da professionisti e addetti ai lavori. Qui, invece, sono stati tutti protagonisti, dai ragazzini agli anziani, e nessuno ci ha mai chiesto di chi fossimo figli o cosa facessimo nella vita. Sono state tre esperienze diverse, vissute in modo differente: la prima è stata travolgente, anche per il clima che si era creato. Forse la si ricorda come più di impatto dal punto di vista emotivo, ma anche Purgatorio non è stata da meno, e lo dico anche alla luce dell’esperienza fatta a Matera. Paradiso, infine, ha sublimato tutto, avvicinando molti a una cantica che si conosce meno”.

Roberta Fraiese è grafica pubblicitaria e si è avvicinata alla trilogia perché il figlio frequentava la non-scuola a Castiglione. “Per prima cosa posso dire che è stato bello vedere la professionalità di chi ci ha guidato, il rapporto che si è cercato di instaurare è stato funzionale a quello che si è andati a realizzare. C’è stata una bella relazione con gli altri, di tipo paritario: quando si iniziava a recitare non si era più un singolo, ma uno dei tanti che facevano quello che facevi tu. Vivevamo il fascino del teatro senza però averne la responsabilità. Era come stare dentro a un contenitore dove succedono cose magiche; non è un corso, non impari a recitare, bensì a metterti a servizio. Impari quale spazio occupare anche grazie all’energia di Marco e Ermanna, che riesce ad imbrigliare tutte le altre”.

Sara Plazzi ha conosciuto Ermanna e Marco da bambina, quando diede voce a una stellina in Nosferatu. “Ho avuto la fortuna di incontrarli tramite mio padre, tanti anni fa, e il fatto di vivere l’arte fin da piccola, di ‘respirarla’ in casa, mi ha lasciato un interesse che nel tempo ho approfondito e quando c’è stata l’opportunità della Chiamata, l’ho colta al volo. Sono entrata quindi in questo vortice nel 2017 e non mi è stato più possibile uscirne. C’è stata una cura, da parte di Marco, di Ermanna, delle guide, degli attori e delle attrici che non ci si aspetta. C’era un continuo sentirsi parte e questo è stato molto bello anche per noi profani: la loro gratitudine era palpabile, anche se eravamo noi a dover essere grati”.

“Siamo tutti volontari e se non ci divertissimo non saremmo certo qui” spiega Gianni Mazzotti, anche lui in prima linea dal 2017. “Siamo talmente entusiasti che stiamo già pensando a Cantiere Malagola, anche se personalmente ho 83 anni e quest’anno mi sono dovuto occupare esclusivamente dell’organizzazione”. Ma contribuire al buon funzionamento dello spettacolo da dietro le quinte, per Mazzotti, non è stata certo una novità. “Vengo da 25 anni di ‘militanza’ nel teatro Socjale di Piangipane, mi sono sempre adeguato a quello che c’era da fare. Durante Inferno  ho guidato un pulmino che accompagnava i ragazzi che interpretavano i soldati: erano in ramadan e quando finivano di recitare avevano una fame assurda, per questo cercavo sempre di fare il più in fretta possibile. Di sicuro Inferno è stata l’esperienza più comunitaria di tutte, dove abbiamo imparato il teatro di Marco, Ermanna, Gigio, Marcella e di tutti gli altri. Purgatorio è stato entusiasmante, Paradiso è stato forse meno aggregante, per noi, perché si era sempre in scena, ma di sicuro è stato uno spettacolo potente”.

Il debutto di Caterina De Lorenzo nella prima anta dell’opera dantesca pensata da Ermanna e Marco è avvenuto quando lei era in quarta elementare. “Ero timida – spiega – e la mamma ha pensato potesse essere una bella idea quella di farmi partecipare. In effetti mi sono ambientata subito e ho stretto molte amicizie. Per me, fin dall’inizio, è stato come entrare in una sorta di famiglia, era come se ci fosse una connessione magica che teneva insieme le persone. Successivamente ho partecipato anche a Purgatorio e a Paradiso: dalla seconda elementare frequento il coro Ludus Vocalis e quindi, oltre a recitare, ho potuto anche cantare. Spesso il coro e il teatro si mescolano ed è sempre bello partecipare con più vesti. Pur non essendo la prima volta che andavo in scena, ho scoperto una tipologia di teatro tutta nuova: Ermanna e Marco stavano molto insieme a noi, ‘facevano’, erano partecipi dell’azione teatrale fin dall’inizio, e questo è stato molto stimolante”. 

“Ho cominciato – spiega Roberto Catalano – perché ero curioso di vivere un progetto di questa portata dall’interno, anche se all’inizio non era chiaro ciò che sarebbe successo. Sono spettatore di teatro da anni, ma non ho mai studiato Dante: non nascondo di avere avuto qualche difficoltà, però poi ho apprezzato il modo in cui la regia è riuscita a far convivere attori professionisti con gli ‘animali’ che eravamo: poco a poco abbiamo imparato a stare in gruppo. È stato bello essere parte di questo spettacolo e vedere come una bambina di 5 anni e un signore di 80 si impegnassero allo stesso modo con una serietà di fondo che forse non avrebbero mai pensato di avere. Quando termina una ‘costruzione’ di questo tipo, più che la tristezza per ciò che non c’è più, rimane la bellezza di un ricordo che ha legato e che continua a legare migliaia di persone”.

Da scettica – “non pensavo si riuscisse a gestire un progetto con così tante persone” – Rosi Galanti è diventata una di quelle dello zoccolo duro, “come ci chiama Marco”, tanto che ha partecipato alla messa in scena degli spettacoli sia a Calitri che a Matera. “Mi pareva una follia, invece è stato messo insieme un progetto travolgente. In Inferno siamo stati ‘buttati’ dentro noi per primi: lì si sono creati momenti anche conviviali favoriti dagli spazi, ed era quello che ci voleva per partire. Una volta finito lo spettacolo, alcuni di noi sono anche stati a Calitri, allo Sponz Fest, e da allora ci andiamo tutti gli anni. E proprio pensando all’ideatore dello Sponz, Vinicio Capossela, ricordo che venne a vedere lo spettacolo al Rasi. Sapevamo di dover rimanere nel nostro ruolo fino a che l’ultimo degli spettatori non avesse girato l’angolo, ma lui non se ne andava più. Eravamo già nel secondo turno ed eravamo stanche, ma abbiamo mantenuto le posizioni nonostante tutto. Fu faticoso, ma molto divertente. Se penso a Purgatorio e a Paradiso posso invece dire che sono stati una crescita, in quanto a noi è stato chiesto uno sforzo in più. A parte avere avvicinato più persone a un’opera di cui si spesso si conoscono solo alcuni canti, questo progetto ha avuto il merito di far sentire tutti i partecipanti un corpo unico. E una volta iniziato è difficile tornare indietro”. 

Proprio come lo è stato per Dante, Ermanna e Marco.

I 50 anni di Drammatico Vegetale: quando i piccoli diventano protagonisti

«Dalla curiosità, dalla voglia-ansia di scoprire, bisogna arrivare al momento magico dell’incanto. E allora il bambino incantato, incanta: incanta l’attore, il musicista, il danzatore. Le distanze si annullano e l’arte si crea».

È questa la frase con cui Pietro Fenati, direttore artistico della compagnia Drammatico Vegetale, Centro di produzione teatrale che fa parte di Ravenna Teatro, riassume l’arte del fare che lo accompagna dal 1974, da quando cioè iniziò ad occuparsi di teatro per ragazzi. Insieme a lui, compagna di vita e di lavoro, Elvira Mascanzoni, con cui è nata l’esperienza che dura ormai da cinquant’anni. “In realtà – spiega Fenati – la prima esibizione teatrale risale al 1973 nella chiesa di Santa Lucia di Bologna, insieme a Sergio Diotti: è stato lì che ci venne in mente di mettere insieme una compagnia che, nel giro di breve tempo, da amatoriale sarebbe diventata professionale”.

Partiamo da questo anniversario. La vostra compagnia si accinge a compiere i 50 anni: come è cambiato il modo di fare teatro per i ragazzi e le ragazze, i bambini e le bambine, nel 2022?

“È chiaro che molto sia cambiato in questi anni: il mondo stesso, la relazione tra le persone e con l’infanzia, ma lavorando da sempre con bambini molto piccoli, principalmente in fase evolutiva, possiamo dire che non ci sono poi molte differenze tra un treenne del 1978 e uno di oggi. Certo, oggi i bambini hanno molte più suggestioni rispetto ad allora, ma la relazione con il crescere non è cambiata, alcune dinamiche con cui i piccoli si confrontano e certe tappe che devono essere affrontate e superate sono rimaste le stesse. Il nostro lavoro ha molte affinità con quello che facevamo cinquant’anni fa, anche se noi siamo molto cambiati. Negli anni ’70 il teatro ragazzi era tutto da scoprire e da sperimentare, in quanto ancora non esisteva. Anzi, sicuramente siamo incorsi in errori, anche di approccio, ma grazie a tutto il percorso fatto, nel bene e nel male, oggi possiamo dire di essere più consapevoli. Man mano che siamo andati avanti abbiamo aggiustato il tiro, è nel percorso naturale delle cose. I bambini così piccoli, allora come oggi, confondevano il teatro con il cinema e i cartoni animati, oppure con i burattini, con cui si era soliti indicare il teatro per bambini. Anche noi abbiamo cominciato così, anche se abbiamo fatto la scelta di non trattare le figure tradizionali. Il bello di lavorare con bambini così piccoli è che il loro è uno sguardo puro, aperto a qualsiasi esperienza”. 

Come ci si riesce a ritagliare uno spazio per i ragazzi, oggi, in mezzo a tutto quello che offre Internet?

“Lo smartphone oggi è onnipresente e i bambini hanno una relazione con le immagini ormai abituale, ma questo non significa che stiano meno attenti. Si sente spesso dire che i piccoli abbiano una capacità di mantenere viva l’attenzione per un periodo più breve rispetto al passato, ma non è quello che sperimentiamo con i nostri spettacoli. L’ultimo che abbiamo proposto in stagione, Albero, ha ritmi lenti, molto lontani da quelli che offre la tv, ma i bambini di due anni che lo hanno visto sono riusciti a mantenere viva l’attenzione per 40 minuti. Forse questo è possibile perché il numero di spettatori è limitato, ma è anche importante sottolineare che lavoriamo per cercare una relazione attraverso la leva della curiosità: si tratta di un elemento naturale nel bambino, che fa parte delle leggi che regolano vita e la crescita dell’essere umano, portato a guardarsi intorno proprio perché ne ha bisogno. Prendiamo l’esempio del lupo, che rappresenta l’oscurità: si cerca di superarne la paura proprio perché si ha bisogno di andare oltre. Noi giochiamo con questa curiosità, la stimoliamo attraverso lo spettacolo, cerchiamo di mantenere vivo l’interesse attraverso un percorso di suggestioni che si susseguono. Il ritmo è lento, ma gli stimoli sono tanti. Forse, l’attenzione è mantenuta anche da una forma di rispetto nei confronti di qualcosa che è vivo e che è fisico, presente. Ecco, l’educazione al teatro passa anche attraverso al modo in cui lo si vive”. 

Cos’è, per voi, l’incanto? 

“È un momento di sospensione delle emozioni, ma è difficile da stabilire: al di là di un mero aspetto etimologico, è il momento in cui si diventa parte di quello che sta succedendo e si è pervasi da quello che accade. Può essere anche un attimo, ma quando avviene, succede in maniera biunivoca, perché anche chi fa lo spettacolo subisce questo incanto. Alla fine dell’ultima replica di Albero che abbiamo fatto al Rasi un’insegnante ci ha detto che i bambini respiravano quasi come se fossero un corpo unico ed è quello che abbiamo percepito anche noi facendo lo spettacolo. In quella rappresentazione la distanza della scena dal pubblico è minima e sentiamo cosa dicono i piccoli, avvertiamo come stanno seduti, come si muovono: in quel momento non facciamo teatro, ma siamo teatro. Per noi il teatro è come la storia di una vita: ogni spettacolo nasce, si sviluppa e muore, sublimato da un applauso finale che apre ad una nuova vita. Quando il pubblico è in sintonia con lo spettacolo, respira con te e avviene la magia, è un respirare insieme”.

Cosa vi stupisce, oggi, dei bambini che frequentano i vostri spettacoli, ma soprattutto i laboratori?

“Occorre prima di tutto dire che esiste una differenza sostanziale tra i bambini che vengono con la propria classe e quelli che, invece, arrivano con le famiglie. I comportamenti sono diversi: quando sono in gruppo e si conoscono, i piccoli sono abbastanza conformisti, anche se c’è sempre qualcuno che ci mette del suo. Con le famiglie, spesso, sono invece più trattenuti. C’è ancora chi pensa che con i bambini ci sia bisogno di proporre cose più semplici, ma la nostra esperienza è completamente diversa. Tanti rinunciano a lavorare con i più piccoli perché non stanno attenti, o faticano a capire, mentre per noi il pubblico della scuola dell’infanzia è forse uno dei migliori, più attento e meno omologato”.

Perché portare i piccoli a teatro?

“Innanzitutto perché si esce di casa e si entra in un ambiente in cui si intrecciano relazioni con altre persone, in cui si hanno opportunità di crescita non solo per i piccoli, ma anche per i genitori. La società, oggi, porta ad una uniformità di comportamenti, ma spesso le famiglie, pur facendo cose simili, non si conoscono: da un lato esiste una maggiore condivisione attraverso i social, dall’altro c’è una maggior separazione fisica e servono momenti comunitari come quelli che, fino al 2019, eravamo soliti proporre a Vulkano, il centro di San Bartolo dove allestivamo ‘Tè a teatro’, una formula che dava la possibilità di giocare e socializzare a fine spettacolo”.

Ci sono fasce di età che si fa maggiore fatica a coinvolgere? 

“Girando l’Italia abbiamo notato che quasi tutte le rassegne sono rivolte a bambini dai 3 agli 8 anni e che in tutte le proposte teatrali per famiglie il pubblico è composto in prevalenza da bambini piccoli. È Invece più difficile coinvolgere i ragazzi che frequentano le scuole medie, una fascia che ‘agganci’ solo attraverso la scuola ed è qui l’importanza di portare avanti le due attività: i bambini che arrivano insieme alle famiglie lo fanno grazie alla sensibilità dei genitori, mentre i quelli di una classe vengono indipendentemente dalle scelte familiari ed è questo il valore aggiunto del teatro rivolto al mondo della scuola”. 

Per le famiglie, invece, tra pochi giorni tornerà l’appuntamento estivo Dalle 7 alle 8 

“Sì: siamo felici di riavviare una relazione con il nostro pubblico di famiglie che ha subito pesantemente i due anni e oltre di pandemia. Il Teatro Infanzia, infatti, non è solo rivolto ai bambini che vanno a scuola, ma è pensato anche per le famiglie che intendono intrattenere una relazione sociale in un ambiente particolarmente portato alla relazione qual è il teatro. Pur nella limitatezza del programma, abbiamo cercato di proporre linguaggi differenti: dal teatro di figura al teatro d’attore fino al teatro di burattini, con un appuntamento speciale in giardino che vedrà un percorso itinerante nella natura: più che uno spettacolo, sarà un evento performativo in cui il pubblico diventerà parte del ‘fare’ teatrale”.

Copertina del libro 2021-1973: QUARANTOTTO VOLTE COMPAGNIA DRAMMATICO VEGETALE

Musica e danza in dialogo: intervista a OvO e gruppo nanou

FÈSTA / ToDay ToDance
fuori programma

Canto primo: Miasma | Arsura, OvO / gruppo nanou

19-20 maggio 2022, Teatro Rasi

 

In occasione di  Canto Primo: Miasma-Arsura, che ha debuttato in streaming durante la pandemia per l’apertura del festival Transmissions, vi proponiamo l’intervista a Stefania Pedretti e Bruno Dorella (OvO) e a Marco Valerio Amico (gruppo nanou), a cura di Alessandro Fogli.

Fotografia di Elvio Maccheroni

La compagnia gruppo nanou (Rhuena Bracci e Marco Valerio Amico) e la band OvO (Bruno Dorella e Stefania Pedretti) riscrivono i loro due ultimi progetti, l’album Miasma e il lavoro coreografico in divenire Arsura, per scatenare un immaginario personale che si avvale della forza dei linguaggi radicali delle due realtà artistiche. Canto Primo di una collaborazione che qui si manifesta tra suoni e immagini infernali, onirici e dirompenti.

Qual è la genesi della collaborazione gruppo nanou-OvO?
Bruno Dorella: «Io avevo già lavorato con i nanou nello spettacolo We want Miles, in a silent way e poi nel nuovo Paradiso, ma tra i due spettacoli è nata questa collaborazione di cui si fantasticava da anni, la “scusa” buona è stata lo sviluppo del solo di Rhuena, Arsura. La libertà che si può avere con un suo solo è veramente potente, a un certo punto lo abbiamo provato con Miasma, l’ultimo album degli OvO, e funzionava molto bene, anche perché lei ha un modo di lavorare molto personale. L’affinità estetico-poetica con i nanou è risultata impressionante».
Marco Valerio Amico: «L’incontro, da un certo punto di vista, è stato casuale, perché non eravamo sicuri che tutto alla fine coincidesse in maniera così completa, dall’altro invece l’operazione, già iniziata con la presenza di Bruno in Miles – e con l’aver seguito da tempo il lavoro di Bruno e Stefania – grazie al lockdown, dunque al non potersi muovere e avere tempo a disposizione per poter provare delle idee, ha trovato il momento giusto per dirci “proviamo a fare questa cosa insieme”, stimolati anche dalla collaborazione con Ravenna Teatro, di Bronson Produzioni col festival Transmissions Waves che ha ospitato il lavoro nella versione in streaming l’anno scorso e dal supporto di E production».
Stefania Pedretti: «La sfida di Marco Valerio, quello che lo intrigava, era che non componessimo qualcosa appositamente per Arsura ma che utilizzassimo il nostro disco già fatto, cioè le musiche che avremmo eseguito in un nostro concerto. L’intuizione vincente è stata capire che la musica, così com’era, poteva dialogare perfettamente e naturalmente con la danza. Praticamente son quasi due spettacoli che combaciano, che si complementano, due fotografie sovrapposte».

Sembra davvero un incontro destinato.
MVA: «Il moto per coinvolgere proprio gli OvO – oltre alla stima, l’amicizia e la voglia di collaborare che era già nell’aria – è stata la qualità del lavoro di Rhuena, in cerca di quella ruvidezza che il loro suono poteva offrirle, e su cui mi ha trovato subito molto d’accordo. Quella densità di suono, il mischiare i linguaggi artistici, è stato, per me, un ritorno a una visione degli anni novanta in cui i concerti erano performativi, non solo musicali, con una coscienza chiaramente oggi diversa. Il suono così d’impatto degli OvO, che è quasi il contrario rispetto al tema di Arsura –l’arido, il vuoto – è perfetto perchè raggiunge un vuoto attraverso un pieno: una situazione assolutamente densa che si ribalta nel suo opposto. La canzone Miasma, che dà il titolo al loro disco, è il brano che, secondo me, è il punto esatto d’incontro tra OvO e Nanou».
BD: «In particolare Rhuena ha avuto un ruolo cardine nelle scelte, perché è lei che si sarebbe poi mossa sul palco, e tutto è partito appunto dal fatto che una volta ha fatto una prova sul pezzo Miasma e sia lei che Marco Valerio si son resi conto che funzionava molto bene. Da lì è nata l’idea».

Qual è l’aspetto fondamentale che ha permesso un connubio così efficace tra musica e coreografia?
MVA: «Nella musica degli OvO c’è uno spazio, c’è una composizione nel loro suono in cui noi entriamo molto volentieri; nell’impatto dirompente che hanno c’è un varco. Una composizione sapiente e raffinata, ed è proprio lì che il corpo della coreografia si innesta, non per entrare in competizione e neanche per appoggiarvisi, ma per andare a dialogare con quello spazio compositivo che loro lasciano nel lavoro. Questa collaborazione è stata la cosa più divertente del mondo. E poi sì, io mi trovo particolarmente bene con Bruno e Stefania per la precisione e l’esattezza che mettono nelle cose. Siamo riusciti a trovare un bilanciamento (mai un compromesso), nel senso che loro hanno rimesso in discussione la scaletta del disco, hanno messo in discussione proprio anche i passaggi tra un brano e l’altro, data la nostra richiesta di una compattezza del suono più da colonna sonora che da concerto (con gli stop, gli applausi…). E trovando quell’equilibrio per cui, anche da un punto di vista visivo, tanto il corpo emerge quanto sparisce per fare emergere il suono e la performance musicale».
SP: «In effetti abbiamo cambiato il live set a seguito dello spettacolo, che ci ha dato alcuni spunti per cambiare la scaletta. Ci siamo resi conto che l’ordine dei brani utilizzato per Canto Primo rendeva più fluido anche il concerto, scostandolo dalla dinamica di un nostro live tipico, in cui tendiamo a partire molto forte».
BD: «Marco Valerio poi partiva da un punto di vista di connessione tra i pezzi, perché nell’ottica di nanou l’aspetto musicale deve essere un flusso unico, dall’inizio alla fine, mentre noi, da gruppo rock che suona su un palco, avevamo sempre avuto l’esigenza che ci fossero dei picchi e dei bassi, che un pezzo finisse, anche di botto. È la dinamica live. L’aver impostato il lavoro come una colonna sonora ci ha dato nuove visioni della dimensione live».

Fotografia di Elvio Maccheroni

La versione finalmente in presenza di Canto Primo al Rasi risulterà molto diversa da quella in streaming?
SP: «Credo che vivere Canto Primo dal vivo sarà molto diverso per lo spettatore, perché le immagini della versione streaming quasi sempre si concentrano su una o l’altra delle tre figure che sono sul palco, quando invece tutte e tre stanno facendo qualcosa contemporaneamente. Inoltre il montaggio delle immagini ha dovuto calibrare la lentezza della danza con la musica rock. Poi tante parti in cui Rhuena danza nell’abside del Rasi per forza di cose non sono rese al meglio nelle immagini video, non si percepisce la profondità di quel luogo incredibile, anche perché dal vivo Rhuena nell’abside apparirà come un fantasma, un’essenza, aspetto molto difficile da restituire in video. Poi le luci: per quanto si sia provato a rimanere il più possibile fedeli agli effetti luminosi, la telecamera certi tipi di sfumature e intensità proprio non riesce a captarle a pieno, mentre dal vivo si vedrà esattamente cosa è stato creato a livello cromatico, sia per la parte musicale che per quella coreografica, visto tra l’altro che la questione luci e colori è una di quelle su cui Marco Valerio sta lavorando con più attenzione».
MVA: «Quello che sicuramente dal vivo è assicurato è che le vibrazioni, sia sonore che corporee – o comunque percettive anche della luce e delle immagini – arrivano davvero dappertutto, cosa che chiaramente un monitor non può offrire. Lo streaming però ci ha permesso di poter fare una riflessione su quello che oggi può essere un prodotto digitale, o comunque online, e quindi cercare di capire cosa significhi, linguisticamente, misurarsi con quell’oggetto, sapendo che la musica si è già sdoganata in tv, per quanto ne so io almeno dagli anni ’80. Adesso si possono fare altri ragionamenti, e li faremo sicuramente».
BD: «La visione live cambia tantissimo la fruizione dello spettacolo rispetto al video. Dal punto di vista coreografico i nanou lavorano moltissimo sull’assenza, quindi i momenti in cui Rhuena non c’è o non si vede o è in penombra o se ne vede soltanto un pezzettino perché è stesa in terra, hanno la stessa valenza poetica di quelli in cui fa le sue incredibili acrobazie, quindi, ovviamente, avere una visione d’insieme per tutto il tempo dà totalmente un altro sapore allo spettacolo. E anche dal punto di vista dell’impatto sonoro sarà tutta un’altra cosa, perché per quanto noi si sia fatto il lavoro al meglio possibile per lo streaming, non sarà mai la stessa cosa quando ti ritrovi lì sotto le casse. Soprattutto per un gruppo come gli OvO, per il quale la potenza gioca un ruolo importante, esserci in presenza, per il pubblico, sarà molto diverso. Posso immaginare che anche l’azione di Rhuena cambierà rispetto a questi parametri, perché comunque è un solo, c’è una parte scritta e una improvvisata, non fatico a immaginare che la condizione live cambierà anche la scrittura dei suoi movimenti. Dal vivo poi, dove rispetto allo streaming facciamo un paio di pezzi all’inizio da soli, prima dell’ingresso di Rhuena, si percepirà bene l’idea del misto tra concerto e danza».

Torniamo un attimo sulla questione cromatica.
MVA: «I colori che noi usiamo nella riproduzione video vengono sempre falsati per la loro natura di quasi irriproducibilità digitale, quindi dal vivo si avrà un colore molto più vibrante. Lo spazio del Rasi è il luogo in cui il lavoro è nato, per cui il 19 e 20 maggio sarà “a casa”, ed è uno spazio perfetto, tanto che con Alessandro Argnani (direttore di Ravenna Teatro), ridendo, dicevamo che dovremmo portare l’abside in tournée».

Marco Valerio, gruppo nanou si era mai confrontato prima con suoni simili a quelli degli OvO?
«Proprio col noise-metal non avevamo avuto esperienze, qualcosa con dei pezzi di Trent Reznor ma non credo si possano paragonare agli OvO. Quello che è stato veramente l’incontro, al di là della pasta sonora che loro propongono, è la capacità compositiva, su cui Rhuena si è ben misurata, si è trovata a suo agio. Noi non crediamo molto nei generi, nelle etichette, se una cosa è fatta bene può essere fatta in qualsiasi modo, quindi non c’è mai stato per noi un tabù nei confronti di un suono rispetto a un altro, e per questo progetto, che comunque si inseriva nell’atmosfera dell’anno dantesco e nella vera e propria infernalità di quel momento, il suono degli OvO era sicuramente il più adatto. Il lockdown ci ha permesso di guardarci attorno e di cogliere l’occasione dietro casa».

Gli OvO sono sempre stati una band di forte impatto anche fisico sul palco, probabilmente anche questo è un elemento importante per la dimensione live di Canto Primo.
BD: «Le presenze di Stefania e mia sul palco sono abbastanza forti, non sono neutre, e infatti Rhuena, praticamente, si trova a confrontarsi con un palco molto più complesso di quello che sembra. C’è un fondale molto semplice ma intenso, le luci sono parte integrante della narrazione, e hai comunque le nostre due presenze che sono elementi piuttosto precisi e forti. Non stiamo semplicemente suonando».

Il titolo Canto Primo lascia intravedere altre collaborazioni tra OvO e nanou?
MVA: «Fatto il primo, bisognerà fare qualcos’altro! Ne abbiamo già parlato con Bruno e Stefania e c’è il desiderio di proseguire, smarcandoci anche dalla tematica infernale o dai canti danteschi, non è quello il punto. C’è sicuramente un’intesa. Con Bruno stiamo collaborando sul nostro Paradiso. Sicuramente c’è una direzione che ci accomuna e che ci fa ritrovare insieme su più fronti e più progetti. Diciamo che ci auguriamo di andare avanti per continuare a indagare questo ibrido tra performance-danza, performance musicale e performance coreografica. È un territorio che ci sta dando grandi soddisfazioni».

Intervista a cura di Alessandro Fogli

 

 

La complessità è bellezza

La Stagione dei Teatri 2021/2022
fuori programma
Nudità, di e con Mimmo Cuticchio e Virgilio Sieni
14 maggio 2022, Teatro Rasi

 

In occasione di Nudità al Teatro Rasi per La Stagione dei Teatri e ToDay ToDance, pubblichiamo qui di seguito l’intervista a Mimmo Cuticchio e Virgilio Sieni a cura di Chiara Pirri, che accompagna il foglio di sala dello spettacolo.

Fotografia di Filippo Manzini

 

La vostra collaborazione nasce alla fine del 2016 sotto il titolo Palermo_Arte del Gesto nel Mediterraneo_ Accademia sui linguaggi del corpo e l’opera dei pupi, un progetto che ha già dato vita a spettacoli, performance e laboratori. Cosa vi ha spinto a decidere di portare avanti una ricerca comune?

Virgilio Sieni:
L’incontro con Mimmo nasce dal desiderio di indagare il legame tra il corpo del performer e il corpo della marionetta con lo scopo di ampliare la ricerca tecnica intorno al corpo e al gesto, che appartiene al mio percorso. Naturalmente siamo partiti dalle riflessioni di Gordon Craig e Kleinst sulla marionetta. Protagonisti della ricerca sono ancora una volta gli elementi primari attorno a cui ruota il mio lavoro: la gravità, l’articolazione. Nel cercare la relazioni con l’altro da sé si deve accettare una forma di crisi del proprio mestiere, spogliarsi delle proprie abitudini, acuire percezione e intuizione. Ci siamo affidati l’un l’altro e insieme abbiamo ricercato una terza cosa.
La mia ricerca ha sempre riguardato un corpo articolare, un corpo che attraverso la tecnica andasse a scovare tutte quelle ampiezze, quei punti nodali in cui il corpo prende peso, assume una dinamica e quindi si sposta.

Mimmo Cuticchio:
Il nostro incontro fa parte di quel destino che accomuna le persone che operano una ricerca simile. Fin dalle prime discussioni abbiamo capito che c’erano punti in comune nel nostro lavoro. Io avevo già lavorato con i pupi messi a nudo. Anche l’universo della danza non mi era nuovo. Quando, da figlio d’arte, osservando mio padre muovere i pupi da dietro le scene, avevo notato che i suoi movimenti erano armonici, pure nell’immobilità. Dopo aver portato i pupi dal piccolo teatrino alla grande scena, in alcuni spettacoli ho introdotto la danza con i pupi. Il mio viaggio quindi era già avviato quando, con Virgilio, abbiamo deciso di sperimentare insieme, andare oltre quello che ognuno di noi sapeva già fare. Abbiamo deciso di sperimentare con i giovani, in una prima fase laboratoriale, andando alla ricerca dell’anima della super-marionetta di Craig. Nelle prime sperimentazioni con Virgilio io ho usato pupi in paggio (non armati) e pupi nudi, il piano a cilindro per la musica, il ritmo del cunto siciliano.

– Il concetto di ‘risonanza’ sembra essere alla base della vostra collaborazione. Ma cosa intendente con questo termine?

Virgilio Sieni:
L’idea della risonanza, in danza, indica il non subire la gravità e quindi non entrare in una dimensione di depressione del corpo. La ‘risonanza’ non è soltanto la ricerca di strategie per risollevarsi, ma soprattutto il dialogo costante con la gravità attraverso il sistema articolare. Mi viene da dire che la politica di oggi avrebbe tanto da imparare da questo concetto. La risonanza ha a che fare principalmente con l’ascolto, con l’istaurarsi di una disposizione di apertura, spogliamento dalle sovrastrutture che appesantiscono, abbandonare i pregiudizi e porsi di fronte all’altro per comprendere la dimensione umana, culturale e politica. La risonanza per il danzatore passa dalla tecnica; bisogna capire come il peso può risuonare non solo nei piedi ma in tutto il corpo, in piani orizzontali che coincidono con le articolazioni e non solo verticali. La risonanza è quindi un’esperienza di vita ed un’esperienza democratica del corpo, ma anche un’esperienza politica che prevede l’ascolto e la pratica dell’attesa.

Fotografia di Paolo Porto

– L’Opera dei pupi risale al 1700 ed è ormai iscritta nel Patrimonio dell’Unesco. Due le scuole, quella palermitana e quella catanese e, di conseguenza, pupi che presentano delle diversità nella fabbricazione, più leggeri e snodabili a livello delle articolazioni i primi, più pesanti e con gli arti fissi i secondi. Questa collaborazione nasce anche dal desiderio di salvaguardare una tradizione in estinzione ? 

Mimmo Cuticchio:
La tradizione della marionetta risale alla Sicilia d’epoca greca. Quando ho aperto il teatro dei pupi qui a Palermo (l’ultimo della città), avevo 25 anni. Durante gli anni ‘70 e ‘80 ho scritto nuovi testi, costruito nuovi pupi, fatto di tutto per mantenere viva una tradizione nata in tempi in cui non vi era il cinema né la televisione. Solo la sperimentazione e l’apertura ai giovani permetterà a quest’arte di sopravvivere. Nel ‘97 apro la scuola per Pupari e Cuntisti, grazie anche all’aiuto delle istituzioni. Il futuro per me è la contemporaneità, sia tradizione che avanguardia sono solo parole. La pratica, la continuità nella contemporaneità, questa è la vera tradizione.

Virgilio Sieni:
A me interessa preservare il senso dell’uomo in quanto abitante della terra, lavorare sul corpo mi permette di continuare a pormi delle domande alla ricerca di un maggior grado di consapevolezza. Il problema, in questo caso, non riguarda solo la marionetta e l’opera dei pupi come forme d’arte in via d’estinzione, ma tutto ciò che è attinente a un passato e come preservarlo, se in maniera olografica o alimentandolo dal di dentro. L’opera dei pupi, evidentemente, così come il corpo, ha bisogno di essere frequentata da dentro, poiché si sposta con il tempo. Ciò che trovo interessante quindi, è rintracciare nell’arte della marionetta qualcosa che possa darci lo slancio per intuire nuove strategie dell’oggi. I costumi tradizionali dei pupi, quasi sempre rifiniti da corazza e mantello, fanno riferimento alle storie tradizionalmente narrate da questo teatro, dall’Orlando Furioso alla Gerusalemme liberata

– In Nudità i pupi sono spogliati e il titolo sembra annunciarlo fin dall’inizio. Cosa succede quando la marionetta viene spogliata dei suoi orpelli? E cosa accade al corpo?

Mimmo Cuticchio:
Il lavoro con Virgilio è molto interessante perché permette a entrambi di capire la possibilità di uno sdoppiamento. Quando abbiamo lavorato sulla pazzia di Orlando – scena tipica per la tradizione dei pupi – impersonificata dalla marionetta, Virgilio aiuta il personaggio, nel momento della follia, spogliandolo delle sue armi. Invece, quando io porto in scena l’angelo, che nel teatro dei pupi vola, va in alto sorretto dai fili; Virgilio, che non può andare in alto, fa tutto il contrario, striscia a terra. E un angelo che striscia è come una metamorfosi kafkiana. Nella vita non c’è mai una verità, la strada non è mai finita, c’è sempre qualcosa da aggiungere. Questo cerchiamo di insegnare ai giovani con cui lavoriamo.

Virgilio Sieni:
Nudità si riferisce al fatto che in scena vi sia solo un danzatore che ‘semplicemente’ muove il corpo e una marionetta spogliata che, semplicemente, è ossatura. Ma quando dico ‘semplicemente’ bisogna stare attenti. La vita è molto complessa. Tutto è molto complesso. E oggi i grandi problemi politici vengono troppo semplificati e riassunti; tutto è reso troppo semplicistico. Voglio dire che la complessità è bella, poiché necessita mediazione, strategie. È importante quindi per me il titolo di questo lavoro, Nudità, perché esprime un azzeramento che ci porta verso una complessità. Prendere coscienza del fatto che ogni cosa ha una sua articolazione.

 

Intervista a cura di Chiara Pirri

Fotografia di Filippo Manzini

… innanzitutto.

La Stagione dei Teatri 2021/2022
Le sedie, di Eugène Ionesco, con Federica Fracassi e Michele Di Mauro e la regia di Valerio Binasco
28-29-30 aprile e 1 maggio 2022, Teatro Alighieri

 

In attesa dello spettacolo Le sedie, in scena per La Stagione dei Teatri dal 28 aprile al 1 maggio al Teatro Alighieri, vi proponiamo qui di seguito il testo “…innanzitutto” di Aldo Nove, tratto dai Quaderni del Teatro Stabile n. 12, Edizioni del Teatro Stabile di Torino.

Fotografia di Luigi De Palma

 

Valerio Binasco mi racconta della sua trasformazione alchemica di un classico del Novecento scandendo le parole e con un’emotività temperata dalla riflessione acuta di chi sa quanto una rappresentazione teatrale sia il risultato finale di una combinazione di fattori disparati.
Il regista li deve orchestrare accordandoli, come all’inizio di un concerto. Incontrarlo prima della prova del suo spettacolo mi ha dato la forte impressione della consapevolezza di un direttore d’orchestra che, dando vita a una partitura, ne stravolge per necessità quanto di morto ne rimane. Si tratta, ogni volta, di fa tornare a vivere qualcosa che non c’è più eppure c’è, oltre il paradosso. E si tratta, per un regista, di dare a quel paradosso una direzione stringente, che ci restituisca il senso di una necessità originaria. Tornare alle fonti di un classico significa attraversarlo per poi dimenticarlo, dopo esserne stati perciò completamente permeati. E sempre l’infedeltà apparente è una fuga dal museo per rendere attuale ciò che potrebbe essere solo contemplazione del consolidato e inerme passato. Ma il teatro vive nel presente, più di ogni arte pulsa di sangue e carne, fa sentire il suo respiro in un posto preciso, in un momento determinato. Come nella tragedia greca il pubblico è il coro, si scioglie, ma collettivamente, in un rito laico e arcaico, la polarizzazione tra artista che crea e pubblico che fruisce salta. Il teatro, sembra voler continuare a ribadire Valerio Binasco, è opera quanto mai collettiva, il pubblico ne è parte quanto il regista, gli attori, chi ha curato le luci e i suoni. Da una parte Ionesco, dall’altra questo preciso momento storico e chi sceglie un testo per rappresentare un sempre inedito tutto che è la benedizione e la maledizione del teatro, il suo doppio nodo da sciogliere perché fluisca, “per sempre adesso”, libero da costrizioni filologiche e reverenziali.

Il Teatro dell’assurdo di Ionesco rischia quindi e proprio per il suo essere già “classico” di diventare “il luogo del delitto” di uno spirito che, se non rinnovato, soffoca tra le sempre più velocemente mutevoli spire del tempo. Potremmo parlare di una sorta di operazione chirurgica a cuore aperto. Il cuore è quello di un’urgenza di pulsare in un presente che non c’è più, e ridargli vita.
Letteralmente, di rimetterlo in scena.
C’è qualcosa di liricamente scientifico (perdonate l’ennesimo ossimoro, tale forse solo in apparenza, a ben scavare) nella chirurgia di un classico che è anche diagnostica del contemporaneo e ricerca di nuovi percorsi storiografici.
Si va in scena sempre nel presente, anche in un presente così lontano da tutti i presenti trascorsi come quelli che dal 9 marzo 2020 hanno stravolto le nostre abitudini e le basi della vita quotidiana così come per decenni, pur attraverso fisiologiche mutazioni, le abbiamo vissute. Oggi resta ben poco delle intenzioni iniziali di Le sedie, ma quel “ben poco” è il preziosissimo sale alchemico su cui Binasco, assieme a Michele Di Mauro e Federica Fracassi e a tutti quelli che hanno partecipato a questa trasmutazione, ha lavorato con struggente precisione. Lavoro che trapela dalla sue parole. Intense, controllate eppure come un carsico sfondo ricche di un portato innovativo perché assolutamente interiore, fedele a un destino personale che diventa collettivo se espresso con precisione millimetrica, sfiorando quel vertice implicito in tutta l’arte che sempre rivela come i drammi nostri privati tanto assomiglino a quelli di tutti, e che l’uomo Dante disperso nei meandri del suo tempo non differisce da ogni altro uomo (o donna, va da sé) si sia inoltrato (e inevitabilmente lo fa) nella propria, personalissima selva oscura.
Questo è quello che ho sentito urgere nelle parole di Valerio Binasco.
Questo è quello che ho visto.

Fotografia di Luigi De Palma   

 

Innanzitutto…
Binasco ha saputo calibrare con rigore l’aspetto oggi più ingannevole dell’etichetta Teatro dell’assurdo. L’apparente svampitezza di Ionesco, il suo “far ridere” grazie a un portato, perfettamente messo in scena, dell’umano e del suo linguaggio ridotto a pantomima di se stesso, non può, nel 2021, essere la spia di una debolezza, di un’incapacità umana tenuta nascosta. Se Jarry ha spinto alla caricatura assoluta la natura di “pupazzo animato” dell’uomo contrapponendola ai vari nipotini di un Nietzsche fin troppo frainteso (così si muove la Storia, quella con la “S” maiuscola, e il suo delirio shakespeariano), Ionesco sbuffoneggiava (uso volontariamente l’imperfetto) l’assurdo stesso, in una sorta di elevazione al quadro dell’assurdo: da quello esistenziale a quello teatrale, da quello teatrale a quello genericamente culturale nel proseguo di un discorso che chiamiamo “cultura” (o, meglio, “culture”, nel loro intrecciarsi) che pure ha i suoi luoghi elettivi, e il teatro è tra questi principe.
Dpcm permettendo e comunque.

Dicevamo della clownesca messa in scena del reale di Ionesco.
Le sedie è un testo pensato anche, e molto, “per far ridere”.
E si ride, guardando (vivendo) Le sedie di Ionesco-Binasco.
Però…
In quel però c’è per chi scrive l’essenza di questo spettacolo, che sa di meraviglia, e meravigliosamente ha commosso chi scrive e le poche persone che, quel giorno, con lui lo hanno condiviso. Si tratta di vibrare nel presente. Questo presente che non è più, ne abbiamo ampiamente parlato, quello di Ionesco. La chiave di volta dell’impianto registico è semplice, e Dio sa quanto la semplicità richieda cura.
La chiave di volta dell’interpretazione di Binasco del testo di Ionesco, dicevamo, è l’accento sulla malinconia di un assurdo fatale, nel sangue del quale sfugge quell’inafferrabile filo che tutto lega, l’amore, e che continuamente ricuciamo, linguisticamente, come meglio ci riesce e sempre, per limiti della nostra natura, limitatamente.
Le sedie di Ionesco-Binasco sono dunque una riflessione esiziale sull’amore. Sul suo proporsi giorno dopo giorno come necessario e impraticabile. Si cammina su soffici, ma non per questo non penetranti, e devastanti, spine sotto la scure implacabile del tempo. E fanno ridere e ci dispiegano sentimenti di sconosciuta tenerezza i due bravissimi attori intenti a raccogliere i rottami di una storia, quella della loro vita, che è poi quella di tutte le vite, con goffaggine straordinariamente composta, con vacuità che per inaspettato contraccolpo (un vero “colpo di scena!”) porta l’assurdo a sposarsi con l’elegiaco, in un matrimonio che non perde mai (perché forse l’ha persa da sempre, ma eroicamente così si reinventa, fino a naturale combustione) il senso di un abbraccio che rigenera il mito di un Eden perduto, di un infinito che vive da noi solo di strappi.
Una grande storia d’amore.
Bislacca per eccesso di verità. Quella che la psicanalisi sa non può essere detta e a cui l’arte, la vera arte, tende sempre fallendo l’obiettivo.
Di poco, ma sempre.
«Le sedie che Fracassi e Di Mauro dispongono attorno a sé sono, – mi dice Valerio Binasco -, “Tutti”», e tutti siamo tutti noi, e quelli che sono stati e che saranno, nell’inesplicabile particolarità di ogni situazione esistenziale, vera o falsa che sia non importa, perché il vero del teatro è tutto interiore, in una sorta di osceno (nel senso, questa volta, meramente etimologico di riuscire, proditoriamente, a evadere dalla scena per tornare, più forte, in noi) e renderci strabicamente veggenti. Lo strabismo è quello di Venere, va da sé, e i dardi mai scagliati sono quelli di Eros, accatastati in una torre di memorie sconclusionata eppure sacra, eppure dolcissima.
Le personalità dei due protagonisti si (con)fondono tra di loro, si separano solo per rivendicare peccati veniali di egocentrismo subito dissolti da una memoria che si conosce difettosa, tra quelli che, secondo una stupenda definizione di Hans Magnus Enzensberger, sono “vorticosi souvenirs” di una vita forse mai vissuta, parodia della parodia della commedia (e non tragedia, mai: per pudore, per dignità) umana.
Chi abita il palco di Le sedie?
Una coppia decrepita, due morti che si ritrovano, forse periodicamente e fuori dalle leggi del periodo? Non si sa e non ha senso saperlo («Ciò che è stato compreso non esiste più», scrisse Eluard). Il senso è nel loro sproloquio così terribilmente incandescente, “bucato” da un impossibile sogno di “normalità” che è forse l’eredità più importante di quello che fu storicamente il Teatro dell’assurdo.
E quanta gente, reale o non reale, abita il palco in cui vanno e vengono fantasmi (che poi, ci ricorda Leopardi nello Zibaldone, sono “anime di fantasia”)…
Così l’assurdo diventa una spina nel cuore, e da quella spina zampilla il sangue del vivo sui volti dei vivi che ne condividono, attraverso la magia del teatro, la ferita che solo la morte ricompone, nel finale che unifica tutti i finali, nel sipario che inevitabilmente si chiude.
Ma si riapre.
Si riapre sempre e sia per sfortuna o per fortuna non sta a noi dirlo, troppo attualmente spinti da forze maggiori e ingovernabili a assistere al “nostro” spettacolo.

Giorno dopo giorno.
Disponendo sul nostro palco privato “le sedie di tutti”.
Di tutti.
Tutti “Noi”.
Noi chi?
Non ci è dato saperlo.
Ma siamo tenuti a viverlo.
Tutti.
Noi.
Fino in fondo.
Nel silenzio sospeso dell’ultima scena.

Fotografia di Luigi De Palma