Autore: Federica Ferruzzi

I 50 anni di Drammatico Vegetale: quando i piccoli diventano protagonisti

 

«Dalla curiosità, dalla voglia-ansia di scoprire, bisogna arrivare al momento magico dell’incanto. E allora il bambino incantato, incanta: incanta l’attore, il musicista, il danzatore. Le distanze si annullano e l’arte si crea».

È questa la frase con cui Pietro Fenati, direttore artistico della compagnia Drammatico Vegetale, Centro di produzione teatrale che fa parte di Ravenna Teatro, riassume l’arte del fare che lo accompagna dal 1974, da quando cioè iniziò ad occuparsi di teatro per ragazzi. Insieme a lui, compagna di vita e di lavoro, Elvira Mascanzoni, con cui è nata l’esperienza che dura ormai da cinquant’anni. “In realtà – spiega Fenati – la prima esibizione teatrale risale al 1973 nella chiesa di Santa Lucia di Bologna, insieme a Sergio Diotti: è stato lì che ci venne in mente di mettere insieme una compagnia che, nel giro di breve tempo, da amatoriale sarebbe diventata professionale”.

Partiamo da questo anniversario. La vostra compagnia si accinge a compiere i 50 anni: come è cambiato il modo di fare teatro per i ragazzi e le ragazze, i bambini e le bambine, nel 2022?

“È chiaro che molto sia cambiato in questi anni: il mondo stesso, la relazione tra le persone e con l’infanzia, ma lavorando da sempre con bambini molto piccoli, principalmente in fase evolutiva, possiamo dire che non ci sono poi molte differenze tra un treenne del 1978 e uno di oggi. Certo, oggi i bambini hanno molte più suggestioni rispetto ad allora, ma la relazione con il crescere non è cambiata, alcune dinamiche con cui i piccoli si confrontano e certe tappe che devono essere affrontate e superate sono rimaste le stesse. Il nostro lavoro ha molte affinità con quello che facevamo cinquant’anni fa, anche se noi siamo molto cambiati. Negli anni ’70 il teatro ragazzi era tutto da scoprire e da sperimentare, in quanto ancora non esisteva. Anzi, sicuramente siamo incorsi in errori, anche di approccio, ma grazie a tutto il percorso fatto, nel bene e nel male, oggi possiamo dire di essere più consapevoli. Man mano che siamo andati avanti abbiamo aggiustato il tiro, è nel percorso naturale delle cose. I bambini così piccoli, allora come oggi, confondevano il teatro con il cinema e i cartoni animati, oppure con i burattini, con cui si era soliti indicare il teatro per bambini. Anche noi abbiamo cominciato così, anche se abbiamo fatto la scelta di non trattare le figure tradizionali. Il bello di lavorare con bambini così piccoli è che il loro è uno sguardo puro, aperto a qualsiasi esperienza”. 

Come ci si riesce a ritagliare uno spazio per i ragazzi, oggi, in mezzo a tutto quello che offre Internet?

“Lo smartphone oggi è onnipresente e i bambini hanno una relazione con le immagini ormai abituale, ma questo non significa che stiano meno attenti. Si sente spesso dire che i piccoli abbiano una capacità di mantenere viva l’attenzione per un periodo più breve rispetto al passato, ma non è quello che sperimentiamo con i nostri spettacoli. L’ultimo che abbiamo proposto in stagione, Albero, ha ritmi lenti, molto lontani da quelli che offre la tv, ma i bambini di due anni che lo hanno visto sono riusciti a mantenere viva l’attenzione per 40 minuti. Forse questo è possibile perché il numero di spettatori è limitato, ma è anche importante sottolineare che lavoriamo per cercare una relazione attraverso la leva della curiosità: si tratta di un elemento naturale nel bambino, che fa parte delle leggi che regolano vita e la crescita dell’essere umano, portato a guardarsi intorno proprio perché ne ha bisogno. Prendiamo l’esempio del lupo, che rappresenta l’oscurità: si cerca di superarne la paura proprio perché si ha bisogno di andare oltre. Noi giochiamo con questa curiosità, la stimoliamo attraverso lo spettacolo, cerchiamo di mantenere vivo l’interesse attraverso un percorso di suggestioni che si susseguono. Il ritmo è lento, ma gli stimoli sono tanti. Forse, l’attenzione è mantenuta anche da una forma di rispetto nei confronti di qualcosa che è vivo e che è fisico, presente. Ecco, l’educazione al teatro passa anche attraverso al modo in cui lo si vive”. 

Cos’è, per voi, l’incanto? 

“È un momento di sospensione delle emozioni, ma è difficile da stabilire: al di là di un mero aspetto etimologico, è il momento in cui si diventa parte di quello che sta succedendo e si è pervasi da quello che accade. Può essere anche un attimo, ma quando avviene, succede in maniera biunivoca, perché anche chi fa lo spettacolo subisce questo incanto. Alla fine dell’ultima replica di Albero che abbiamo fatto al Rasi un’insegnante ci ha detto che i bambini respiravano quasi come se fossero un corpo unico ed è quello che abbiamo percepito anche noi facendo lo spettacolo. In quella rappresentazione la distanza della scena dal pubblico è minima e sentiamo cosa dicono i piccoli, avvertiamo come stanno seduti, come si muovono: in quel momento non facciamo teatro, ma siamo teatro. Per noi il teatro è come la storia di una vita: ogni spettacolo nasce, si sviluppa e muore, sublimato da un applauso finale che apre ad una nuova vita. Quando il pubblico è in sintonia con lo spettacolo, respira con te e avviene la magia, è un respirare insieme”.

Cosa vi stupisce, oggi, dei bambini che frequentano i vostri spettacoli, ma soprattutto i laboratori?

“Occorre prima di tutto dire che esiste una differenza sostanziale tra i bambini che vengono con la propria classe e quelli che, invece, arrivano con le famiglie. I comportamenti sono diversi: quando sono in gruppo e si conoscono, i piccoli sono abbastanza conformisti, anche se c’è sempre qualcuno che ci mette del suo. Con le famiglie, spesso, sono invece più trattenuti. C’è ancora chi pensa che con i bambini ci sia bisogno di proporre cose più semplici, ma la nostra esperienza è completamente diversa. Tanti rinunciano a lavorare con i più piccoli perché non stanno attenti, o faticano a capire, mentre per noi il pubblico della scuola dell’infanzia è forse uno dei migliori, più attento e meno omologato”.

Perché portare i piccoli a teatro?

“Innanzitutto perché si esce di casa e si entra in un ambiente in cui si intrecciano relazioni con altre persone, in cui si hanno opportunità di crescita non solo per i piccoli, ma anche per i genitori. La società, oggi, porta ad una uniformità di comportamenti, ma spesso le famiglie, pur facendo cose simili, non si conoscono: da un lato esiste una maggiore condivisione attraverso i social, dall’altro c’è una maggior separazione fisica e servono momenti comunitari come quelli che, fino al 2019, eravamo soliti proporre a Vulkano, il centro di San Bartolo dove allestivamo ‘Tè a teatro’, una formula che dava la possibilità di giocare e socializzare a fine spettacolo”.

Ci sono fasce di età che si fa maggiore fatica a coinvolgere? 

“Girando l’Italia abbiamo notato che quasi tutte le rassegne sono rivolte a bambini dai 3 agli 8 anni e che in tutte le proposte teatrali per famiglie il pubblico è composto in prevalenza da bambini piccoli. È Invece più difficile coinvolgere i ragazzi che frequentano le scuole medie, una fascia che ‘agganci’ solo attraverso la scuola ed è qui l’importanza di portare avanti le due attività: i bambini che arrivano insieme alle famiglie lo fanno grazie alla sensibilità dei genitori, mentre i quelli di una classe vengono indipendentemente dalle scelte familiari ed è questo il valore aggiunto del teatro rivolto al mondo della scuola”. 

Per le famiglie, invece, tra pochi giorni tornerà l’appuntamento estivo Dalle 7 alle 8 

“Sì: siamo felici di riavviare una relazione con il nostro pubblico di famiglie che ha subito pesantemente i due anni e oltre di pandemia. Il Teatro Infanzia, infatti, non è solo rivolto ai bambini che vanno a scuola, ma è pensato anche per le famiglie che intendono intrattenere una relazione sociale in un ambiente particolarmente portato alla relazione qual è il teatro. Pur nella limitatezza del programma, abbiamo cercato di proporre linguaggi differenti: dal teatro di figura al teatro d’attore fino al teatro di burattini, con un appuntamento speciale in giardino che vedrà un percorso itinerante nella natura: più che uno spettacolo, sarà un evento performativo in cui il pubblico diventerà parte del ‘fare’ teatrale”.

Copertina del libro 2021-1973: QUARANTOTTO VOLTE COMPAGNIA DRAMMATICO VEGETALE

Dalle 7 alle 8, spettacoli per famiglie in giardino e a teatro

 

A partire da martedì 28 giugno e fino al 25 luglio torna al Teatro Rasi la rassegna in quattro appuntamenti dedicata ai più piccoli dal titolo Dalle 7 alle 8, spettacoli per famiglie in giardino e in teatro” a cura della compagnia Drammatico Vegetale/Ravenna Teatro. In occasione degli incontri al bar del Teatro e su prenotazione ci saranno aperitivi per grandi e piccoli con ingredienti biologici e di commercio equo preparati da Villaggio Globale. Tutti gli appuntamenti si svolgeranno dalle 19 alle 20.

“L’intento – spiegano Pietro Fenati e Elvira Mascanzoni, direttori artistici di Drammatico Vegetale – è quello di riavviare una relazione con il nostro pubblico di famiglie che ha subito pesantemente i due anni e oltre di pandemia. Il Teatro Infanzia, infatti, non è solo rivolto ai bambini che vanno a scuola, ma è pensato anche per le famiglie che intendono intrattenere una relazione sociale in un ambiente particolarmente portato alla relazione qual è il teatro. Pur nella limitatezza del programma – proseguono Fenati e Mascanzoni – abbiamo cercato di proporre linguaggi differenti: dal teatro di figura al teatro d’attore fino al teatro di burattini, con un appuntamento speciale in giardino che vedrà un percorso itinerante nella natura: più che uno spettacolo, sarà un evento performativo in cui il pubblico diventerà parte del ‘fare’ teatrale”.

 

 

Il primo appuntamento di MARTEDÌ 28 GIUGNO, portato in scena da Drammatico Vegetale, si intitola Cappuccetto, il lupo e altre storie, teatro di figura e narrazione, a partire dai 3 anni. Regia Pietro Fenati, attori, scenografia, figure Pietro Fenati e Elvira Mascanzoniluci e audio Alessandro Bonoli.

Uno spettacolo per vivere l’emozione della paura, per misurare il coraggio e l’astuzia o trovare sollievo nella magia, sciogliendosi in una catartica risata. Il lupo nelle fiabe rappresenta l’ignoto, lo sconosciuto, è il simbolo di tutte le nostre paure. In questo racconto animato con pupazzi ed elementi scenografici di pezza, si ripercorrono alcune fiabe della nostra tradizione per raccontare la figura del lupo e le sue conseguenze nelle storie che attraversa. Starà a noi immedesimarci nelle avventure dei tre porcellini, dei sette caprettini e fare tutti insieme il tifo per Cappuccetto Rosso. Fiabe ispirate a I tre porcellini, Il lupo e i sette caprettini, Cappuccetto Rosso, Gallo Cristallo.

 

MARTEDÌ 12 LUGLIO Divisoperzero / Florian Metateatro proporrà Le mani di Efesto, fuoco, arte e ingegno, Teatro di figura, burattini e musica dai 4 anni. Di e con Francesco Picciotti, spettacolo vincitore del premio Otello Sarzi 2021 – Selezione Festival Trallallero 2021.

Un antico mito racconta che ad ognuno di noi, prima di nascere, viene mostrata una immagine che sarà la guida per la nostra vita futura. A qualcuno viene mostrato un fiore e quello vivrà tutta la sua vita senza mai smettere di pensare ai fiori; a qualcun altro un pianoforte e diventerà un grande musicista. Ad Efesto venne mostrata l’immagine di due mani e lui, per tutta la propria vita (e la vita di un dio è piuttosto lunga) costruì ogni genere di meraviglia. Di solito gli dei non amano usare le proprie mani: preferiscono far fare ad altri le cose pratiche e girovagare di qua e di là a far danni o gli piace stare lì, fermi, a farsi pregare. Efesto era una specie di Leonardo da Vinci: bravo nelle invenzioni tanto quanto nelle arti, abile nella sartoria quanto nell’ingegneria civile, con una passione per l’arredamento di interni. Peccato che fosse così brutto che sua madre Era, la regina di tutti gli dei, appena nato lo gettò dalla cima dell’Olimpo e lui cadde fino alla Sicilia dove venne trovato da due ninfe. Il piccolo, allora, fu portato sotto l’Etna dove, grazie al calore del vulcano, poté dare sfogo alla sua incredibile creatività. Ma per tutta la vita sognò di poter tornare tra i suoi pari, gli dei, nel posto che gli spettava di diritto: il monte Olimpo. Dopo anni passati a costruire ogni genere di meraviglia, finalmente ebbe la sua opportunità e seppe guadagnarsi ancora il suo posto tra le divinità. Non sempre, però, le persone (o gli dei) vogliono davvero quello che desiderano ed Efesto si rese conto di essere molto più felice tra i suoi attrezzi, nel suo laboratorio, che nel mondo etereo e ovattato dell’Olimpo. Le mani di Efesto parla di un dio artigiano che ricerca ovunque la propria felicità per poi trovarla dove non si aspettava: al punto di partenza. E chi può raccontarla meglio di un burattinaio, artigiano del teatro che, come Efesto, ha costruito lo spettacolo con le sue mani e con le sue mani racconta storie (e si guadagna da vivere)? In scena una piccola baracca sarà la tela su cui disegnare i destini degli uomini, ma sarà anche il monte Olimpo e il vulcano Etna e tutto intorno compariranno i personaggi e le mirabolanti invenzioni del dio del fuoco.

 

MARTEDÌ 19 LUGLIO Delle Ali teatro andrà in scena con E tu? Cosa vedi? Cosa senti? Una passeggiata esperienziale performativa dai 5 anni. Regia Giada Balestrini, con Alessandra Anzaghi, Giada Balestrini, Franz Casanova, Rosita Mariani, Monica Parmagnani. Parole Monica Parmagnani, accompagnamento musicale Francesco Pitillo, costumi e oggetti Nali Rimonta.

Cosa succede se modifichiamo con semplici oggetti la nostra percezione visiva e ci muoviamo in un ambiente naturale? Se ci affidiamo ad una mano che ci accompagna alla scoperta di nuove sensazioni, alla percezione di particolari che spesso passano inosservati? È un po’ il gioco del perdersi e dello stupirsi, ma anche dell’avere fiducia e dell’avere cura. Un gioco che è un po’ come camminare sulle nuvole. Dopo tanto stare a guardare il mondo attraverso uno schermo o attraverso il vetro di una finestra, è il momento di uscire per un’esperienza che ci fa tornare a giocare con gli altri sensi e ingannare un po’ la vista. Alcuni performers accompagnano e ritmano il percorso nell’ambiente, interagiscono con i partecipanti invitandoli ad ascoltare suoni, parole, storie, seguire passi, suggestioni, cogliere movimenti, forme. Per arrivare a vedere e sentire l’invisibile. La passeggiata ha una durata di 80’ minuti.

LUNEDÌ 25 LUGLIO toccherà infine a Teatro del Drago con Il tarlantan della Moscovia,  burattini tradizionali dai 3 anni, di e con i burattinai Andrea e Mauro Monticelli.

Lo spettacolo è diviso in due parti. La prima ha per titolo “I tre Bravi alla prova” e vede, come al solito, Fagiolino protagonista dell’allegra farsa brillante. Non è altro che uno scherzo del padrone di casa, Pantalone, che col pretesto di scegliere il più furbo e il più intelligente dei tre camerieri, in questo caso Fagiolino, Sandrone e Arlecchino, li mette alla prova con un divertente “giochetto”. La seconda parte è lo spettacolo vero e proprio: “Il Tarlantan della Moscovia”. Il pappagallo del Dottore è morto in circostanze misteriose … Il Dottore decide di indagare. Fagiolino, vero colpevole della “disgrazia” del pappagallo, è l’unico servo che riesce a non farsi licenziare. Sandrone e Brighella, invece innocenti, restano senza lavoro e si vendicano. Tra mille peripezie, scherzi e bastonate, tutto andrà a finir bene. Lo spettacolo mette in evidenza la briosità tipica della farsa o commedia brillante burattinesca. Ricco di accenti e battute che provengono dai vecchi canovacci, con sproloqui, vecchi detti e una miscela di dialetti maccheronici dell’Emilia. La recitazione e la manipolazione sono svolte da un solo burattinaio, (con l’aiuto di un “secondo” aiutante-burattinaio) che coinvolge il pubblico – soprattutto dei bambini – nello spettacolo.

 

La rassegna si svolge con il patrocinio del Comune di Ravenna e Assessorato al Decentramento, Regione Emilia-Romagna, Ministero della Cultura, Assitej Italia, Small size network, Ottima, Fondazione del Monte, Bcc credito cooperativo, Coop Alleanza 3.0, Assicoop e Reclam

BIGLIETTI

Ingresso unico 5 €. La biglietteria del Teatro Rasi è aperta da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo.
Posti limitati, è consigliata la prenotazione.

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI

Ravenna Teatro, Teatro Rasi, via di Roma 39 Ravenna, da lunedì a venerdì dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00 tel. 0544 36239 e 3337605760. Ogni attività verrà svolta nel pieno rispetto delle norme vigenti in materia di prevenzione e contenimento del Covid-19.

Ravenna Teatro primo Centro di Produzione in Italia per qualità artistica

Ravenna Teatro si afferma come primo Centro di produzione in Italia secondo il Ministero della Cultura per la propria qualità artistica. Nei giorni scorsi il Ministero ha infatti reso noto i punteggi di valutazione per l’ammissione a contributo per il triennio 2022-2023-2024 e per l’anno 2022 dei Teatri Nazionali, Teatri di Rilevante Interesse Culturale e Centri di produzione teatrale, riconoscendo a Ravenna Teatro un punteggio pari a 31,40, il più alto a livello nazionale ottenuto da un Centro di produzione. Un riconoscimento conseguito grazie al lavoro della direzione artistica di Ermanna Montanari e Marco Martinelli che la vede prima sui 35 Centri presenti in Italia e seconda in assoluto dopo lo Stabile di Torino.

Alessandro Argnani e Marcella Nonni, direzione di Ravenna Teatro

“Ci congratuliamo per questo importante risultato – dichiarano il sindaco di Ravenna Michele de Pascale e l’assessore alla Cultura Fabio Sbaraglia – che rende merito al prezioso lavoro svolto da Ravenna Teatro in questi anni, volto ad offrire alla città una proposta culturale ricchissima e di altissima qualità, nel segno di una costante e appassionata ricerca artistica. Allo stesso tempo si tratta di un riconoscimento che riafferma con vigore l’intrinseco legame di Ravenna con il mondo dell’arte, un rapporto fecondo ed incessante che nel dialogo con le molteplici realtà culturali presenti nel territorio trova la sua ragione d’essere”.

“Questo risultato – spiegano i condirettori di Ravenna Teatro Alessandro Argnani e Marcella Nonni – ci riempie di orgoglio e di felicità. È il riconoscimento di una semina che da quarant’anni viene fatta in città, dalle tante stagioni teatrali alle proposte artistiche e di ricerca del Teatro delle Albe, dalla Scuola di Vocalità a Malagola alla non-scuola e alle attività dedicate all’infanzia di Drammatico Vegetale. Un’attività incessante che tocca diversi luoghi i cui punti focali sono il Teatro Rasi, appena rinnovato, l’Alighieri, il Teatro Socjale di Piangipane e Palazzo Malagola, sede dell’omonima Scuola di vocalità e centro studi internazionale sulla voce fondato e diretto da Ermanna Montanari e Enrico Pitozzi. Un riconoscimento testimone di un dialogo forte tra Ravenna Teatro, l’Amministrazione, i tanti spettatori e spettatrici, gli artisti e le compagnie ravennati che contribuiscono a far vivere la nostra realtà. Essere accreditati quale primo centro di produzione in Italia per qualità artistica significa che una città di provincia non ha nulla da invidiare ai grandi centri del Paese”.

Il riconoscimento del Ministero ha valorizzato anche il lungo percorso di Accademia Perduta/Romagna Teatri, che ha conseguito un punteggio pari a 29,50 diventando il primo Centro di Produzione italiano nell’ambito del Teatro Ragazzi. Un lavoro che da anni contribuisce a migliorare la qualità artistica di diverse realtà romagnole.

“Siamo orgogliosi del riconoscimento ministeriale assegnato ad Accademia Perduta/Romagna Teatri su cui Forlì investe, sicura di ottenere un arricchimento culturale per la città ma anche per il patrimonio teatrale italiano – affermano Gianluca Zattini, sindaco di Forlì e Valerio Melandri, assessore alla Promozione del settore culturale -. I forlivesi conoscono bene il lavoro che Accademia Perduta svolge per i teatri Diego Fabbri e Il Piccolo e crediamo che quello della produzione esprima specificamente il valore artistico e culturale di un Centro che con i suoi spettacoli esporta il nome di Forlì nei principali palcoscenici italiani”.

Massimo Isola, sindaco di Faenza prosegue: “la notizia dell’alta valutazione per i progetti artistici di Accademia Perduta/Romagna Teatri è l’ennesima conferma per questa realtà e che ci dà grande soddisfazione. Accademia Perduta è una parte importante della nostra città e della nostra energia culturale. Siamo contenti di aver dato sostegno e aver collaborato in questi anni a questa importante realtà e così sarà anche per il futuro”.

“I risultati ministeriali sono una bellissima soddisfazione – concludono Claudio Casadio e Ruggero Sintoni, condirettori di Accademia Perduta/Romagna Teatri – oltre che un’importante conferma per il lavoro che abbiamo svolto in tanti anni in Romagna, una terra che è madre di tante importanti realtà teatrali”.

Dal centro alla periferia di Milano e ritorno in Viaggio con Ravenna Teatro

Il gruppo in visita a Olinda

“E dunque l’attenzione di chi si impegna nel farsi luogo è orientata dall’attenzione a chi è fuori dal luogo; a chi non ce l’ha; a chi non ha un teatro in cui lavorare, uno spazio in cui esprimersi; e non per includerlo, irregimentarlo, ma per trovare nelle ragioni di chi è senza luogo le ragioni di salvezza per chi il luogo ce l’ha e lo costruisce-ricostruisce ogni giorno. È lo straniero che ci consente di esistere. È l’accoglienza, in quanto movimento e dialogo, che fonda il nostro stare. È il nomade e il periferico che garantisce verità al nostro occupare il luogo (…)”.

Quello appena letto è l’81esimo “varco” citato da Marco Martinelli nel suo “Farsi luogo” – un testo in cui il regista, anima delle Albe e di Ravenna Teatro, spiega cos’è per lui il teatro – che ha accompagnato la due giorni del viaggio a Milano, la prima tappa del progetto “In viaggio con Ravenna Teatro” che ha avuto luogo il 21 e il 22 maggio in collaborazione con il gruppo Viandando. 

La riflessione su cosa porti un luogo a “farsi luogo”, l’incontro tra persone diverse ma accomunate dall’essere spettatori e spettatrici che, come dice il regista, sono “lo straniero che ci consente di esistere”, hanno scandito un viaggio che ha portato una trentina di abbonati della stagione appena conclusa in visita alla “casa” della compagnia dell’Elfo, il teatro dell’Elfo Puccini, in pieno corso Buenos Aires – e da Olinda, l’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini che oggi è centro culturale e sede di attività come TeatroLaCucina, bar, ristorante, ostello e residenze artistiche. Due realtà individuate non a caso per questo primo viaggio: il Teatro dell’Elfo è stato il primo, in Italia, a scegliere la formula di impresa sociale, mentre Olinda è uno spazio che, da chiuso, si è trasformato in centro di inclusione e inserimento lavorativo con l’obiettivo di ricostruire accessi ai diritti di cittadinanza per persone con problemi di salute mentale anche grazie a Ravenna Teatro.

Dopo una visita a cura del gruppo Viandando alla casa museo Boschi-Di Stefano, nella prima giornata di sabato 21 il gruppo è stato accolto da Fiorenzo Grassi, co-direttore del Teatro dell’Elfo, che ha illustrato gli spazi e le tre sale in corso Buenos Aires compiendo un viaggio a ritroso nel teatro milanese dagli anni ’60 ad oggi, tra mostri sacri e sperimentazioni che hanno fatto la storia del teatro italiano. “Ci siamo trasformati in impresa sociale – ha spiegato Grassi – e facciamo parte del terzo settore perché siamo profondamente convinti che il teatro sia un servizio di utilità sociale”, concetto che lega la realtà milanese a Ravenna Teatro. Grassi ha regalato un racconto appassionato andando alle radici del proprio lavoro, ricostruendo in oltre 40 anni di storia personale quella del teatro italiano. Ricordi legati a grandi personaggi ma anche al luogo, quel teatro la cui costruzione è stata “seguita mattone su mattone: passavo le domeniche qua”. La stessa attenzione avuta da Ravenna Teatro durante gli interventi al Rasi, che nonostante la pandemia si sono svolti nel perfetto rispetto dei tempi previsti. 

Fiorenzo Grassi e Elio De Capitani al Teatro dell’Elfo

In serata, dopo un aperitivo servito a Bistrōlinda, spazio interno al teatro gestito da Olinda, il gruppo ha assistito alla prima nazionale Tre donne alte di Edward Albee, interpretato da Ida Marinelli. 

Il giorno successivo, dopo la visita alla mostra Joaquìn Sorolla – il pittore della luce a Palazzo Reale, organizzata sempre da Viandando, ci si è spostati a Olinda, un cuore verde a poca distanza dal centro di Milano che ha fatto tornare protagonista la riflessione sul luogo e sul farsi luogo. 

Per anni Olinda è stato un posto dimenticato dai milanesi, un luogo da cui stare lontani. E lo stesso valeva per i medici e il personale impiegato: Olinda doveva rimanere isolato. I padiglioni stessi, al suo interno, erano studiati per ‘perdersi’, per far perdere l’orientamento a chi vi era internato. E’ stata la lungimiranza dello psichiatra svizzero Thomas Emmenegger, discepolo di Basaglia, a voler trasformare quella sorta di non luogo in un centro pulsante della vita culturale milanese. E nel fare questo, poco dopo la sua costituzione, il fondatore di Olinda ha ricercato la collaborazione della non-scuola per riconvertire l’area dismessa del manicomio in una fucina culturale e artistica diventata, da periferica, parte del centro della città. A tal proposito, una delle iniziative di punta è la rassegna teatrale “Da vicino nessuno è normale”, voluta nel 1997 da Rosita Volani, che ne cura la direzione artistica. 

Qui – al termine di un pranzo preparato negli spazi di quello che era l’ex obitorio e che oggi è la cucina di un ristorante diventato punto di riferimento per la città – Emmenegger e Volani hanno letteralmente preso per mano il gruppo portandolo in visita nell’immenso parco che contiene un ostello, ex padiglioni oggi riconvertiti in strutture usate dal servizio pubblico, orti, una chiesa copta ortodossa eritrea e un teatro restaurato dall’architetto Carlo Carbone, lo stesso che ha portato a nuova vita il Rasi. 

Visita a Olinda, a destra Alessandro Argnani e Thomas Emmenegger

“Quando ci è stato concesso questo spazio – ha spiegato Volani – i dubbi erano molti, poi abbiamo capito che poter gestire un cancello in completa autonomia era una fortuna enorme. Il presidente ha portato come prima cosa un tavolo da ping pong in quella che era la camera delle autopsie e da lì abbiamo iniziato a rimettere mano a tutto. Per noi la ‘testa d’ariete’ è sempre stata la cultura, il modo per attirare la città in periferia. Il rapporto con Ravenna Teatro è quindi venuto naturale”.

Teatro dell’Elfo e Olinda, uno in pieno corso Buenos Aires, l’altro nella periferia estrema, rappresentano due centri vivi, che vedono nella relazione con l’altro il senso del proprio esistere. E c’è una frase che colpisce, pronunciata da Volani durante la visita: “I medici e gli infermieri temevano che le persone, che fino a quel momento avevano vissuto lì dentro, potessero uscire, una volta che il cancello fosse stato aperto, ma non è mai successo. Invece, quello che è successo, è stato il recupero della socialità. Le persone hanno cominciato a venire e si è creato uno scambio, si è stati insieme”. Ancora una volta l’incontro, lo scambio con l’altro, il farsi luogo insieme. 

“Se non c’è il corpo vivo dell’attore, se non c’è quello dello spettatore, non c’è il teatro”, sostiene da sempre Martinelli. “In questi mesi di Coronavirus, questa affermazione può suonare strana, ma anche oggi contiene l’essenziale, come trent’anni fa, come tremila anni or sono”.

“Siamo molto soddisfatti – ha concluso Alessandro Argnani, condirettore di Ravenna Teatro che proprio 14 anni fa ha inaugurato la non-scuola a Olinda -: per noi si è trattato di un esperimento riuscito, la prima edizione di un percorso che intendiamo perseguire per favorire la conoscenza del teatro non solo attraverso il palco, ma anche tramite i rapporti umani con chi il teatro lo porta in scena e crede che lo si possa incarnare solo attraverso il confronto con lo spettatore”.