Un omaggio al poeta ravennate Nevio Spadoni intorno alle sue opere che spaziano tra poesia e teatro, tra tradizione e racconto, a cavallo della sua lingua madre, il dialetto romagnolo. Insieme a ospiti e amici, e alla città tutta, si ripercorrerà la sua lunga e intensa carriera, cogliendo l’occasione per presentare la sua recente pubblicazione: Tutto il teatro, monografia che raccoglie i suoi testi teatrali in lingua romagnola, edito da Il Ponte Vecchio, Cesena, 2019. Durante la serata si alterneranno sul palco studiosi della lingua romagnola e attori che hanno portato in scena le liriche del poeta ravennate.

Intervengono Giuseppe Bellosi, Manuel Cohen, Gianni Parmiani, Gianfranco Miro Gori, Marco Martinelli, Ermanna Montanari e Roberto Magnani.

Ingresso libero
Si ringrazia per il sostegno alla serata la Cooperativa Sociale il Solco, con la quale è in cantiere un percorso dedicato al dialetto romagnolo, rivolto agli ospiti delle case di riposo gestite dalla Cooperativa stessa.

L’eloquio di Spadoni è morbido, a differenza del suo dialetto; ma come il suo dialetto sa di antico. Molcisce piacevolmente le “c” ed è costellato di quegli intercalari–lucciola che stanno diventando sempre più rari. Ma nonostante questo controllo, e soprattutto quando si fa più concitato, emergono in qua e in là nel suo discorso
guizzi di romagnolo verace, zeta inconfondibili e inorgoglite; così come orgoglioso e fiero, Spadoni s’accalora nel raccontarmi dei suoi premi, dell’amicizia con grandi poeti, di una carriera degna di un fine poeta laureato. (…) L’uso del dialetto, nel 2016, secondo Nevio Spadoni, che senso ha?
Prima il dialetto costituiva un’identità perché era la lingua dell’oralità, del parlare quotidiano. Nella realtà contadina, soprattutto. Oggi è diventato un idioletto. Si prenda il caso di Raffaello Baldini e della sua poesia: è un dialetto mescolato con altre gergalità. Lo stesso Giovanni Nadiani e altri ancora hanno seguito questa strada.
Insomma, il dialetto non ha più la stessa purezza, quella arcaicità, quella originalità che aveva un tempo. Ma il senso dello scrivere in dialetto, oggi, non si esaurisce in un sentimento nostalgico. Per me significa scrivere nella lingua che mi è più propria, che mi ha dato l’imprinting, che è stata la mia prima lingua, appresa dai genitori, nella campagna nella quale ho abitato per trent’anni. Mi sono sempre sentito un archeologo della parola, alla ricerca di quel linguaggio legnoso che oggi è perduto, o va scomparendo. (…) È diventata da lingua popolare lingua elitaria, scritta prevalentemente nell’uso alto, lirico.
Raffaello Baldini diceva che ci sono delle cose che succedono solo in dialetto. Queste cose succedono ancora?
No, le cose non succedono più in dialetto. Però, se vai in certe osterie particolari, in certi bar frequentati soprattutto da persone anziane dialettofone, vedrai ancora modi di fare, di comportarsi, modi di essere e anche di esprimersi che sono peculiari di un mondo passato. (…) Ma esistono ancora luoghi isolati, realtà sperdute,
dove le cose succedono in dialetto, dove il vissuto diventa un tutt’uno con l’espresso. Ho insegnato tanti anni nelle scuole, nei licei ravennati per esempio, e mi sono reso conto di come il dialetto ormai sia una lingua destinata alla morte. Alla requiem aeternam, come il latino. Ma allora cosa vuol dire? Vuol dire che devo tenere
in vita questo morto? No. Ma è il mio modo di scrivere. Una forma di fedeltà a me stesso, alla mia natura. (…) Esiste secondo lei uno Sprachgeist del dialetto romagnolo, una sua cifra peculiare, un suo stile che lo distingue dagli altri dialetti? Leggendo i poeti del Circal de’ giudeizi, o anche lo stesso Olindo Guerrini, il romagnolo mi pare essere una lingua molto dolce, predisposta all’elegismo, tutto il contrario di quello che sostiene Gianfranco Contini, per esempio, quando parla di una lingua “ispida” e “irsuta”, quasi barbarica.
Non c’è un solo dialetto in Romagna, ce ne sono tanti. Ce ne sono di irsuti, come il mio, quello della zona delle Ville Unite; ce n’è un altro più vellutato, come quello santarcangiolese. Ma ci sono anche tanti poeti diversi, tante sensibilità. Prendiamo i vari Olindo Guerrini o Francesco Talanti, o anche Nettore Neri, del primo
Novecento: erano poeti legati a un certo realismo, a una certa ironia. Nel secondo Novecento è avvenuta una svolta, dovuta soprattutto a Tonino Guerra e alla sua raccolta I bu: la fine di un mondo, quello contadino, e l’inizio di un altro, il mondo industriale, freddo; e il poeta si adegua a descrivere questo nuovo mondo, pur con
una lingua vecchia, antica.
Cito queste parole, che sono di Wisława Szymborska: “Il poeta moderno malvolentieri dichiara al pubblico di essere tale, quasi se ne vergognasse un po’ ”. Lei sente la vergogna di essere poeta?
Di primo acchito ti direi assolutamente no. Non sento vergogna per la mia identità. Sento di avere delle cose da dire come altri le hanno, e secondo me la poesia è una ricchezza non solo per me, per il suo valore catartico, ma anche per gli altri, perché una volta scritte, le poesie non ti appartengono più. Poi, perché mai dovrei
vergognarmi? Semmai, il mondo dovrebbe vergognarsi con le sue finzioni! O, meglio: un certo mondo. La sua de–sentimentalizzazione della vita… Questa è la realtà povera, non quella di chi tenta, come un’antenna – e il poeta per me è un po’ l’antenna della società – di fare riflettere, di aprire la strada. (…) Ma chiaramente gli pseudo–valori di tanta gente fanno paura, l’apparenza, il possesso… ci si sente timorosi, si cammina come pecore in mezzo a tanti lupi. (…)
Nevio Spadoni, da un dialogo con Iacopo Gardelli su ravennanotizie.it, 30 giugno 2016