1 febbraio 2020

ore 21

Sotterraneo

OVERLOAD

Vincitore del Premio Ubu 2018 come miglior spettacolo, Overload è un esperimento collettivo di ipertesto teatrale. Maneggiando con destrezza gli strumenti più giocosi dell’arte scenica, i performer offrono al pubblico la possibilità di deviare l’andamento dello spettacolo dal discorso centrale, per accedere a ‘contenuti nascosti’ che di volta in volta innescano altre azioni e immagini. Si rivive così, in forma drammaturgica, il perdersi in un labirinto di elementi, secondo quella rincorsa al frammento che è molto simile al vacuo sovraccarico delle nostre vicende quotidiane.

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sabato 1 febbraio Teatro Rasi
Dopo lo spettacolo la compagnia incontra il pubblico in dialogo con Rodolfo Sacchettini, studioso e critico teatrale.

 

UNA CORSA FORSENNATA NEL LABIRINTO
Intervista di Rodolfo Sacchettini a Daniele Villa/Teatro Sotterraneo

Overload è un termine inglese che indica un sovraccarico. Viene usato di solito nel linguaggio informatico quando il computer è “troppo carico” e non funziona più. Voi costruite uno spettacolo su questo concetto. Perché pensate che i nostri cervelli siano sovraccarichi?
Il concetto per esteso sarebbe “information overload”, ovvero la condizione in cui ci troviamo tutti immersi da quando la rivoluzione digitale ha “aumentato” l’ambiente fisico generando una serie di fenomeni del tutto inediti per la specie umana: interconnettività su scala globale, produzioni di contenuti pressoché illimitata, esplosione esponenziale delle possibilità di falsificazione del reale, accelerazione del traffico di informazioni e documenti. L’infosfera rappresenta un passaggio epocale per la civiltà tutta, ma al tempo stesso non sta producendo né maggiori condizioni di conoscenza, né maggiori condizioni di verità condivise, né maggiore efficacia dei meccanismi democratici. Siamo sovraccarichi perché siamo immersi in un ambiente di cui ci sono oscure le regole intrinseche (tutti usano il web, quasi nessuno sa usare un algoritmo), un ambiente che pare offrirci qualunque cosa ma in realtà ci paralizza – David Foster Wallace la chiamava l’Era del Rumore Totale e si tratta di un rumore incessante che mette sotto attacco la nostra capacità di attenzione e pensiero complesso. Siamo ipertecnologici eppure ricondotti all’antichità dei guerrieri in battaglia o al selvaggio dei primati nella savana: in continuo allarme, nella continua spinta a processare velocemente i problemi, nella continua distrazione prodotta da stimoli non necessariamente portatori di senso. È una trasformazione che dovrebbe spingerci a ripensare profondamente il ruolo dei momenti contemplativi nella vita di ognuno di noi, pertanto era per noi affascinante affrontarla col teatro, un medium che chiede attenzione, compresenza “dal vivo” e contemplazione più di molti altri.

Da sempre vi siete occupati di “manipolazione”, di come cioè oggi le nostre vite siano fortemente influenzate da fattori esterni. Cosa può fare il teatro?
Il teatro è una palestra. Una palestra culturale quando l’opera è sì aperta ma anche accessibile, quindi capace di sfidarci a ripensare il nostro tempo e il nostro sguardo. Una palestra di cittadinanza quando stimola le persone a uscire di casa per partecipare a un rituale laico destinato – nelle sue forme migliori – a stimolare il pensiero collettivo in senso critico ed estetico. Una palestra psicologica quando riesce a disegnare nuove mappe emotive, spiazzandoci, spostando il senso, aiutandoci a ruotare il punto di vista sulle cose. Una palestra di realtà, quando col suo carattere “live” si prende un rischio: quello dell’attore di esporsi e quello dello spettatore di aprirsi a qualcosa che ancora non conosce, una relazione completamente diversa da quella che creano per esempio molti prodotti audiovisivi con la loro fandom. Una palestra neurologica quando allena l’attenzione, l’intuizione, il dubbio e l’idea che fruire di un’opera richieda una certa quantità di lavoro, inteso non come sacrificio o sofferenza o messa in esame ma come attivazione delle persone che guardano. Detto tutto ciò, si può andare in palestra per chiacchierare e sedersi sui macchinari senza espellere una goccia di sudore e tossine… ma del resto non ci chiedete cosa il teatro fa, ma cosa può fare…

In Overload David Foster Wallace cosa rappresenta? È un antidoto? Il Virgilio che ci guida nella nostra contemporaneità?
Un antidoto fra altri sono i suoi racconti, romanzi e saggi. Wallace ha scritto moltissimo rispetto ai media e al condizionamento che operano nella quotidianità di ognuno. Ha scritto sui temi dell’attenzione e della consapevolezza. Inoltre ha scritto libri e racconti che si dotavano di meccanismi di propagazione e proliferazione propri della civiltà mediatica. Per questo, tra gli altri motivi, è il fulcro di Overload. Era un genio ma anche un tv-addicted, le sue contraddizioni e le sue ossessioni ne hanno fatto l’icona perfetta per fargli ruotare attorno lo spettacolo: in Overload infatti DFW è il centro verbale e corporeo di un discorso denso, profondo e ondivago che non possiamo non smarrire continuamente, fino alle più estreme conseguenze.

Tra i vostri riferimenti filosofici preferiti c’è sicuramente il pensiero di Charles Darwin, che oggi appare di estrema attualità. Adattamento o disadattamento? Evoluzione o estinzione?
Darwin ha rivelato al mondo una delle sue leggi più potenti causando una delle più devastanti ferite narcisistiche nella storia della nostra specie. Capire l’evoluzionismo significa compiere un passo di consapevolezza talmente vertiginoso che ancora oggi c’è chi si oppone con ogni (patetico) mezzo. Lui stesso aveva profetizzato che la sua teoria non sarebbe stata pienamente accettata per almeno duecento anni… siamo oltre i centocinquanta, vediamo tra qualche decennio…
Ciò detto, non adattarsi significa morire, mentre evolversi è semplicemente inevitabile, si tratta di un processo non intenzionale, che accade a prescindere dalla volontà delle specie. Il punto è che noi siamo entrati in un’era in cui possiamo governare la nostra evoluzione in senso non strettamente biologico, e questo significa che abbiamo la responsabilità dell’intero pianeta e finché rimarremo in questa situazione di equilibrio fra estinzione ed evoluzione Darwin continuerà a essere estremamente attuale, e continueranno a essere estremamente necessarie tutte le palestre di intelligenza di cui disponiamo, perché avremo un bisogno estremo di diventare più intelligenti di quanto siamo adesso. Insomma, noi votiamo evoluzione, sempre.

Il vostro teatro è come se sovrapponesse una struttura didattica a un pensiero complesso. La didattica così si trasforma in una sorta di “pensiero divergente”, cioè il tentativo di trovare soluzioni alternative a una data questione, che non prevede un’unica via d’uscita. Insomma è come essere invitati a fare una piacevole corsetta e poi ritrovarsi a correre forsennatamente in un labirinto. Come ve lo immaginate il vostro spettatore ideale?
È una bellissima descrizione, nella quale ci riconosciamo a pieno, ma è anche onesto ammettere che non si tratta di una strategia ma piuttosto dell’unico modo in cui riusciamo a concepire il fare teatrale come gruppo. La risposta, banalmente, è che non c’è uno spettatore ideale. Nell’intero processo di creazione di uno spettacolo non passa un secondo in cui noi non pensiamo al pubblico, ogni scelta è accompagnata da domande come “cosa passerà?”, “siamo sufficientemente chiari?”, “siamo sufficientemente aperti?”, “cosa stiamo dando e cosa stiamo chiedendo?…, quindi più che uno spettatore ideale direi che ci rivolgiamo in modo trasversale a chi vuole porsi il problema del divenire, cioè delle trasformazioni che attraversano la società, e delle trappole di senso e dei fraintendimenti in cui tutti cadiamo quando ci rapportiamo alla complessità del reale. Probabilmente parliamo a chi è inquieto, a chi si arrovella, a chi è sempre in cerca di nuove armi intellettuali, ma al tempo stesso parliamo a chi ha sufficiente senso dell’umorismo da riconoscere un certo grado di impotenza alle proprie azioni… per noi alla fine è sempre il caso di ridere in faccia alla morte. E però una volta individuato questo spettatore (non ideale ma adatto, per dirla ancora con Darwin) dovremmo subito ripartire con la “corsetta forsennata nel labirinto” e domandarci come fare a parlare a tutti gli altri, perché non basta parlare a chi ti è affine e perché non si dà palestra teatrale né intelligenza collettiva dal vivo senza la Repubblica Democratica degli Spettatori.

Daniele Villa/Teatro Sotterraneo intervistato da Rodolfo Sacchettini per La Stagione dei Teatri

 

con Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati, Giulio Santolini scrittura Daniele Villa concept e regia Sotterraneo produzione Sotterraneo coproduzione Teatro Nacional D. Maria II nell’ambito di APAP - Performing Europe 2020 Sotterraneo fa parte del progetto FIES Factory ed è residente presso l’Associazione Teatrale Pistoiese
  • biglietti

    Settore unico
    intero 15 €, ridotto* 12 €, under30 8 €, under20 5 €

    *Cral e gruppi organizzati, docenti, oltre i 65 anni, iscritti all’Università per gli Adulti
    Bosi Maramotti, Soci Coop Alleanza 3.0, EspClub Card, Soci BCC, tessera Touring Club Italiano

    BIGLIETTERIA
    Teatro Alighieri via Mariani 2 Ravenna tel. 0544 249244
    Teatro Rasi via di Roma 39 Ravenna tel. 0544 30227