22 marzo 2019

ore 21

MASQUE TEATRO

KIVA di Lorenzo Bazzocchi

Kiva è il nome che gli indiani Moki del Nuovo Messico danno al luogo delle iniziazioni, un luogo segreto, sotterraneo, nel quale si assiste alla “redenzione” del serpente. L’azione scenica – a carattere fisico, performativo e meccanico – di questi artisti dell’impossibile, chiama lo sguardo su un corpo in violenta torsione, mai visibile nella sua interezza e in continua trasformazione. Una danza voluttuosa e incantatrice, a sua volta chiamata e sedotta da un sibilo lontano.

KIVA: L’ATTESA DEL RITUALE

Scatenamenti

LORENZO BAZZOCCHI Alle dieci del mattino del 13 luglio 1933 Raymond Roussel (scrittore, drammaturgo e poeta francese, N.d.R.) si reca presso il piccolo ufficio postale del Grand Hotel et des Palmes di Palermo, dove era giunto, da Parigi, nei primi giorni di giugno dello stesso anno. Da qui invia un telegramma urgente a confermare il suo arrivo, il giorno successivo, a Kreuzlingen, presso la clinica Bellevue diretta dal noto psichiatra Ludwig Binswanger. La mattina seguente Raymond Roussel verrà trovato morto nella sua camera, la 224.

RAIMONDO GUARINO Il 21 aprile del 1923, Aby Warburg (storico dell’arte tedesco, N.d.R.) si trova nella clinica Bellevue a Kreuzlingen, sul lago di Costanza, in cura presso lo psichiatra Ludwig Binswanger per una sindrome paranoica. Quel giorno tenne una conferenza su cui aveva lavorato per anni e il cui esito avrebbe dovuto dimostrare la sua avvenuta guarigione. La conferenza sintetizzava vicende, visioni e documenti del suo viaggio, avvenuto ventisette anni prima, presso i villaggi degli indiani Pueblos nel sud-ovest degli Stati Uniti. Il testo della conferenza fu pubblicato postumo in inglese nel 1939 con il titolo Conferenza sul rituale del serpente.

 

Kiva
L.B
. Kiva è il pianeta di una galassia dello spazio profondo a cui è diretta a velocità superluminale l’astronave Warburg. Kiva è il nome con cui gli indiani Pueblos del Nuovo Messico designavano, ancora agli inizi del XX secolo, la stanza segreta delle iniziazioni. Luogo sotterraneo, quasi inaccessibile se non ai capi clan dell’antilope e del serpente, la kiva accoglieva e custodiva i serpenti a sonagli catturati vivi nel deserto e qui chiamati a partecipare a quello che Aby Warburg chiamò Il rituale del serpente. Sottoposto ad abluzioni e lavacri con acque intrise di sostanze medicamentose, il serpente veniva dapprima immerso con la testa nella giara e quindi scagliato violentemente sul pavimento della Kiva che accoglieva un bassorielvo realizzato in sabbia, sorta di mandala, raffigurante cumulinembi e fulmini serpentiformi. Le convulsioni del rettile sulla sabbia disegnavano le linee di lettura per gli aruspici. Atto propiziatorio per agognate precipitazioni.

R.G. Diversamente dagli antropologi del suo tempo, Warburg non ha visto nei rituali e negli oggetti dei Pueblos l’emblema di una cultura altra, o uno stadio inferiore e primitivo delle culture umane, ma una manifestazione delle forze negate in un ordine del mondo. A queste forze, ciò che chiamiamo “arte”, in tempi e spazi diversi e remoti, consente di accedere. Per ritrovare questo senso dell’arte, Warburg, verso la fine dell’Ottocento, viaggia nei villaggi Pueblos e osserva il rapporto tra uomini e forze della natura nei culti, negli oggetti e negli spazi della vita quotidiana.

Ma Il rituale del serpente è soltanto un saggio sull’uso e l’interpretazione dei simboli in una comunità colonizzata?

L.B. Il serpente, come mostra Warburg, è un simbolo onnipresente e contraddittorio. Con la danza degli indios che imitano, domano e maneggiano animali non abbiamo a che fare con l’oggetto di un’interpretazione, né con le funzioni di un ordine sociale, ma con il senso vivo del rapporto tra natura e cultura. E con la sua direzione reversibile, continuamente reversibile, in un eterno ritorno di possibilità. Penso al rapporto della filosofia attuale con il confine labile tra l’umano e l’animale. Ma penso ancora di più al rapporto dell’attore con l’animale. Danzando e manipolando il serpente, incarnazione del fulmine, spirito della pioggia, il danzatore lavora sul confine tra l’imitazione magica e il sacrificio, tra il sé, il simulacro del serpente e l’energia vitale racchiusa nel rettile. Lavora sulla metamorfosi.

“La questione è sempre sapere a che punto la metamorfosi è ancora consapevole. Tutto ciò che viviamo non è altro che metamorfosi”

R.G. La metamorfosi consapevole accade non in un atelier, in uno studio medico, pittorico o teatrale, ma in una sala di conferenze che sta in un ricovero di malati mentali ricchi (la clinica di Binswanger), dove un discorso ispirato e una sequenza di fotografie proiettate evocano uno spazio fisico e culturale estremo. Oltre le danze della fertilità e della pioggia, appare la camera riservata delle confraternite del culto. “La sera prima della danza vera e propria ero stato nella kiva, dove si svolgono le cerimonie segrete. Non c’era alcun altare con feticci. Gli indiani se ne stavano semplicemente seduti, fumando secondo il cerimoniale. Di quando in quando scendevano giù per la scala un paio di gambe scure, seguite poi dalla persona intera. I giovani erano impegnati a dipingere le loro maschere per il giorno seguente.”

Quindi se non vogliamo inscenare un revival folklorico o ricostruire il caso clinico di un genio dell’arte del Novecento (tale è Warburg, per come ha visto l’arte del Rinascimento e il senso dell’immagine nell’antichità e nel contemporaneo), che cosa è questa stanza

L.B. Un luogo mentale. In essa si addensano gli spettri di un’umanità che sembra ritornata alla vita dopo anni di dimenticanza. È la terra da sempre agognata, destinazione ultima per il redivivo, precursore oscuro che attingendo a forze ignote agisce come “sismografo” a percepire i sussulti della storia. Da quando vi sono entrato, ogniqualvolta mi chino, vedo scendere giù per la scala un paio di gambe scure.

R.G. Una stanza visiva e rituale ma segreta, dove si catturano forze intermittenti. Questo luogo, che è una negazione dello spazio, richiede forme dell’energia che siano negazione del movimento, superamento della forma umana. Kiva è più di un’immagine insepolta, di un’azione ossessiva. Il suo tempo, nelle parole di Warburg e nell’immagine fotografica, rimane un tempo intangibile e tremendo. Dimora dell’iniziazione di uomini e serpenti, della generazione di culti e maschere, dell’attesa di una lotta tra le forme e il cosmo.

Lorenzo Bazzocchi e Raimondo Guarino

 

ideazione e regia Lorenzo Bazzocchi in scena Eleonora Sedioli luci, suoni, macchine serpentiformi
Lorenzo Bazzocchi produzione Masque teatro coproduzione Moodindigo_BO
  • biglietti

    intero 8 €
    abbonati a La stagione dei teatri 2018-19 6 €

    Biglietteria del Teatro Rasi, tel. 0544 30227, aperta il giovedì dalle 16 alle 18 e da un’ora prima dello spettacolo. Prenotazione consigliata al 333 7605760 / 0544 36239, mail organizzazione@ravennateatro.com