È il tentativo, attraverso un’opera in musica, di liberare l’universo umano di chi è andato incontro a una delle tante tragedie del Mediterraneo: quella di una piccola motovedetta albanese, stracarica di uomini, donne e bambini, affondata nel marzo del 1997 davanti alle coste italiane. Vi si affollano i sommersi e i salvati, chi è sopravvissuto e chi è scomparso, le loro voci, i loro pensieri, e soprattutto il loro viaggio verso il buio, pieno di grandi ansie e piccoli desideri, sogni e paure, digressioni, apparizioni, improvvise rammemorazioni. Il libretto è stato scritto da un giornalista d’inchiesta di rara intelligenza e sensibilità, Alessandro Leogrande, alla cui memoria la giornata sarà dedicata, anche attraverso un momento di riflessione critica.

Lo spettacolo fa parte del programma di Opera e Balletto di Fondazione Ravenna Manifestazioni

 

Quando Franco Ungaro mi ha proposto di scrivere il libretto per un’opera tratta dal mio romanzo–reportage Il naufragio , sono rimasto di stucco. Benché frequenti il mondo del teatro da molti anni, non avevo mai pensato di scrivere per l’opera, cioè per il canto. So bene, mi sono schermito, quale sia la profonda differenza tra un testo drammaturgico e un libretto. (…) Così siamo partiti, avendo in chiaro fin da subito che libro e opera sarebbero stati due universi artisticamente autonomi, e che nell’opera si sarebbe potuto dire ciò che nel libro non era stato detto, o forse era impossibile dire, senza avere la pretesa di “riportare” tutto ciò che era scritto nelle sue pagine. Ci siamo concentrati su alcuni momenti, alcune storie. All’inizio ci sono state lunghe chiacchierate intorno a un tavolo tra me e il compositore albanese Admir Shkurtaj che ha scritto la musica. Abbiamo iniziato a lavorare sui personaggi, sulla struttura da dare all’opera, sulla lingua da adottare, trovando subito un’immediata sintonia di vedute. Direi di più: quasi una comune fratellanza intorno all’oggetto da narrare. Scrivere un libretto vuol dire essere sempre consapevoli del fatto che la parola si farà musica, e quella parola e quella musica, allo stesso tempo, si faranno corpo in scena attraverso i cantanti, generando una comunicazione che va oltre il semplice verbo. Era proprio questa torsione obliqua della parola, dalla carta alla voce e al corpo dei cantanti in scena (e quindi anche ai loro sguardi e ai loro movimenti), che mi interessava indagare. I personaggi in scena parlano in albanese e in italiano, esattamente come il popolo a bordo della Katër i Radës, la piccola motovedetta albanese con a bordo circa centoventi persone speronata da una corvetta della nostra Marina militare il 28 marzo del 1997. Parlano in albanese, una lingua dal suono aspro e allo stesso tempo melodioso, triste e suadente. E parlano in italiano, la lingua denazionalizzata dell’opera, ma allo stesso tempo, concretamente, la lingua–finestra sull’Occidente appresa dalle nostre tv negli anni in cui cadde il regime.
L’Italiano, in questa opera, non è una lingua neutra: è la lingua con la quale i vinti elaborano i loro sogni, le loro ferite, la loro indignazione, le loro paure, e alla fine la loro morte. Ma è anche la lingua dei militari che ordinano loro di tornare indietro, e andando più in là nel tempo, la lingua degli ex–occupanti di ieri.
(…) La musica di Amir, in cui si mescolano varie influenze, tra tradizione e sperimentazione, in cui si innestano  molteplici evocazioni e suggestioni sonore, accompagna in crescendo il pathos del viaggio in mare della Katër i Radës, fino al suo affondamento. Dopo il disastro, dalle acque si alza il coro dei dispersi, cui si mescola il coro polifonico albanese dei Violinat e Lepardhase. E qui mi sono reso conto, scrivendolo, che l’immagine del mondo buio dei morti da cui non si può far ritorno (immagine frequente nella tradizione balcanica, e io stesso ne serbo testimonianza, avendo parlato a suo tempo per il mio libro con molti famigliari delle vittime della Katër) è identica a quella fornita da alcuni moroloja  salentini. Un comune Ade, le cui pareti non si possono abbattere,
tant’è che l’incontro con chi non c’è più, il prestare ancora una volta ascolto al loro canto muto, può avvenire solo nel sogno. O nell’opera, appunto, che è in fondo quello strambo terreno, libero da molte leggi, in cui il sogno può rifiatare.
Alessandro Leogrande, “Il corriere del Mezzogiorno”, 11 ottobre 2014

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opera da camera - commissione la Biennale di Venezia musica Admir Shkurtaj libretto Alessandro Leogrande (dal romanzo-reportage Il naufragio) regia Salvatore Tramacere direzione Caterina Centofante assistente alla regia Emanuela Pisicchio co-produzione la Biennale di Venezia - Koreja                                                                                     
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