dal 22 aprile
al 23 aprile 2020

ore 21

Wajdi Mouawad / La Colline Théâtre National

INFLAMMATION DU VERBE VIVRE di Wajdi Mouawad

Scrittore, drammaturgo, regista e attore di origine libanese – considerato in Francia uno degli autori contemporanei di teatro più importanti degli ultimi anni e giunto anche all’Oscar con il film Incendies tratto da un suo spettacolo – Mouawad affronta Sofocle, attratto dalla sua ossessione nel mostrare come la tragedia cada su colui che, accecato da se stesso, non vede la propria smoderatezza. Queste le sue coordinate: lutto e sconvolgimento come questione creativa; rendere le situazioni impossibili un luogo di guarigione; ritornare alle fonti, fisicamente e metaforicamente; permettere a se stessi di vagare nella creazione come nell’antica Grecia, due mondi ai margini della caduta.
La presenza in Stagione di Wajdi Mouawad prosegue il percorso ideato da Marco Martinelli e Ermanna Montanari in occasione delle celebrazioni del VII Centenario della Morte di Dante, che coinvolgerà diverse figure di eccellenza del teatro europeo.
In lingua francese con i sottotitoli in italiano.

Lo spettacolo è ospitato in collaborazione con Viva Dante (Ravenna 1321-2021), Institut français Italia, Alliance Française Bologna, Università di Bologna-Dipartimento di Interpretazione e Traduzione

 

WAJDI MOUAWAD
“ADESSO CHE SIAMO INSIEME, VA MEGLIO”

Con Inflammation du verbe vivre, Wajdi Mouawad prosegue la sua ricerca tra arte, poesia e storia contemporanea, dove il teatro è uno spazio nel quale guardare se stessi, uno specchio che aiuta a prepararsi al “tragico”.
Wajdi, che significa “la mia esistenza”, nato in una famiglia cristiana maronita del Libano emigrata in Francia, resta segnato dal nome arabo: “Eravamo gli unici, in famiglia e a scuola, a non portare un nome francese. Questo suonava per me come un richiamo costante alla mia diversità”.[1]
Il teatro è per Mouawad un antidoto all’esilio. Le sue storie parlano di origini dolorose, di un’eredità culturaledifficile da trasmettere, di un sentimento irriducibile di colpa che fa parte dell’affermazione del sé. La sua arte ci invita a ricordare, a conoscere la storia, quella collettiva e quella intima, a guardare il presente alla luce del passato. Una poetica intrisa del suo legame con la religione: “In un paese come il Libano, dove si praticano diciannove religioni diverse, il meticciato di mitologie e rituali produce un effetto immaginifico”.[2]
Le sue prime letture furono i Vangeli in arabo, quando serviva messa. Le storie eroiche dei santi lo facevano sognare, nel contesto particolare in cui crebbe, durante la guerra civile in Libano. Così come i racconti di miracoli avvenuti nei villaggi dei dintorni: Mouawad racconta come le storie straordinarie di statue della Madonna che si muovevano, allargavano le braccia, aprivano gli occhi furono le sue prime suggestioni estetiche. Poi, in Francia, il primo vero stupore, all’età di otto anni al Louvre, davanti al quadro L’incoronazione di Napoleonedi Jacques-Louis David, prima opera d’arte che vedeva dopo la statua di Cristo in chiesa. Fu lì che udì per la prima volta la parola: “artista”. “Artista” suona allora per lui come “statua che si muove”, qualcosa di simile a un miracolo. Colui che aveva dipinto una cosa così bella doveva essere per forza qualcuno di straordinario, pensò il piccolo Wajdi. Fu per lui un terremoto che lo incoraggerà a intraprendere un percorso artistico.

Mosso da una profonda esigenza di scrivere, decide di fare teatro per il rapporto diretto che questa arte gli permette di istaurare col pubblico. Cresciuto in un ambiente di odio verso tutto quello che non era cristiano maronita (anche nel nuovo esilio in Canada a quindici anni), sente il bisogno di ascoltare coloro che da piccolo aveva imparato a detestare: rimane profondamente sconvolto da quelli che chiama i “piccoli momenti di umanità” che prova a trasformare in linguaggio teatrale. La dimensione etica del suo rapporto col mondo si fa sentire sin dall’inizio e si nutre dei classici greci. Lo colpisce soprattutto l’umanesimo di Sofocle di cui adatterà, con un lavoro durato cinque anni (2010-2015), sette tra le maggiori tragedie: Des femmes:Trachinie, Antigone, Elettra, Des héros: Aiace, Edipo re, Des mourants: Edipo a Colono, Filottete.[3]

Per Mouawad, che preferisce definirsi unicamente “autore”, tutto è scrittura: i gesti, le voci, i suoni, le immagini… Anche quando è attore o regista, agisce da “autore”: quando decide di mettere in scena Sofocle, o Shakespeare, si comporta come seavesse scritto lui quei testi. L’attore, per lui, deve impossessarsi del testo fino al punto di tradire l’autore. L’attore “va alla deriva, sviene, cade, crolla, si sbaglia, ma la scrittura teatrale sorge proprio da questo tentativo fallito, esiste solo attraverso l’attore”[4].

Le sue opere pièceo romanzi –hanno sempre al centro grandi emozioni e iniziano mettendo in scena una “crisi”, una frattura, in modo più o meno violento (krisi, che in greco significa tagliare, separare), un accadimento che all’improvviso infrange la routinescombinando profondamente la vita. “Immaginate un bambino. Il suo giocatolo preferito si rompe. Egli prova a incollare i pezzi, ma riesce a comporlo esattamente come prima. Ora immaginate che non sia il giocattolo a rompersi, ma la sua profonda convinzione che il mondo in cui vive sia bello e meraviglioso. Il dolore che ne deriva è talmente profondo che proverà tutta la vita a reincollare quella convinzione. Ebbene, ognuno di quei tentativi puògenerare un’opera teatrale…”[5].

Per Mouawad lo spettatore deve essere turbato, deve trovarsi totalmente immerso nella storia, sentirsi addosso gli accadimenti tragici, come se fossero una sua realtà personale. Per questo l’attore deve mostrarsi nella sua nudità, testimoniare la propria interiorità e salire sul palcoscenico come un essere “scosso”, termine che l’artista attinge dal filosofo ceco Jan Patočka (detto “il Socrate di Praga”) che lo ha segnato profondamente. Scosso da se stesso ma anche dagli altri: padre, madre, sorella… Essere scossi in scena e contaminare lo spettatore.

Questo teatro di forte impatto emotivo può sorprendere: “Quando ho presentato Incendiesin Francia, alcuni registi teatrali sono venuti a dirmi che è una pièce pericolosa, per la catarsi finale che provoca: tutto il pubblico che comprende la stessa cosa nello stesso momento, e per di più in un testo contemporaneo. Quindi ‘fascismo’. Quindi ‘dittatura’. Questo non è ciò che ci si aspetta oggi (…). Dall’arte contemporanea ci si aspetta una dispersione delle emozioni e delle reazioni, una sorta di democratizzazione, di moltiplicazione; non ci si aspetta che le riunisca. Lo comprendo, ma questa storia non mi appartiene. Io non sono europeo. Vengo da un paese che in termini di frammentazione e diversità è esemplare, con le sue diciannove confessioni. Vengo da una storia che manca di coesione. È quindi normale per me scrivere in questa prospettiva. Non posso rinunciare all’idea di coro e di condivisione. C’è una frase-chiave che la madre in Incendiesripete spesso: ‘Adesso che siamo insieme, va meglio’. Questa è per me la definizione di teatro”.

 Laurence Van Goethem per il Catalogo della Stagione dei Teatri

 

Avevo ventitré anni quando un amico mi consigliò di leggere i Greci. Quello che mi colpì in Sofocle fu la sua ossessione nel mostrare come il tragico cada su colui che, accecato da se stesso, non vede la propria dismisura. Questo mi spinse a interrogarmi su ciò che non vedevo di me, su ciò che il nostro mondo non vede di sé, quel punto cieco che, rivelandosi, potrebbe strappare la trama della mia vita. Rivelazione del folle che è in me. Cosa sarei diventato se fossi rimasto in Libano? Io e la mia famiglia partimmo prima del massacro di Sabra e Chatila nel 1982, commesso dalle milizie cristiane alle quali avevo sognato di appartenere nella mia infanzia. Sarei stato tra loro? Non si può mai essere troppo sicuri di sé. Da allora questa idea, per non dire questa convinzione, non ha smesso di radicare in me le sue ramificazioni poetiche e spirituali, attraversando ogni storia che cerco di raccontare. È proprio su questo concetto che sono basate le tragedie di Sofocle, che si interrogano sul motivo del dolore e della violenza. La conoscenza di sé non come invito alla psicanalisi ma come un richiamo costante a quella che è la nostra giusta misura né più né meno, affinché la comunità politica liberata dal totalitarismo e l’espressione collettiva del dolore, la catarsi, diventino il nucleo su cui si costruirà la nostra civiltà. Sofocle è una vertigine. Un soffio potente. Una matrice della letteratura occidentale. Il nostro essere allo stesso tempo tra cecità e  rivelazione, in un continuo legame con la sofferenza.

Wajdi Mouawad

[1]Dossier di Caroline Jouffre: www.reseau-canope.fr/atelier-yvelines/IMG/pdf/dossierforets.pdf

[2]Sylvain Diaz et Wajdi Mouawad, Avec Wajdi Mouawad. Tout est écriture, Actes Sud / Léméac, 2017.

[3]Des héros: Ajax, Œdipe roi; Des mourants: Philoctète, Œdipe à Colone, Actes Sud, 2012.Le sette tragedie sono state programmate integralmente a Mons2015 Capitale Europea della Cultura.

[4]Sylvain Diaz et Wajdi Mouawad, Avec Wajdi Mouawad. Tout est écriture, ibid.

[5]Dossier di Caroline Jouffre, ibid.

testo e regia Wajdi Mouawad con Dimitris Kranias e Wajdi Mouawad assistente alla regia in produzione Alain Roy assistente alla regia in tournée Valérie Nègre scenografia Emmanuel Clolus musiche originali Michael Jon Fink realizzazione sonora Michel Maurer luci Sébastien Pirmet, Gilles Thomain costumi Emmanuelle Thomas suono Jérémie Morizeau tecnici di palcoscenico Marion Denier e Magid El Hassouni drammaturgia Charlotte Farcet immagine, suono, montaggio Wajdi Mouawad fixing Adéa Guillot e Ilia Papaspyrou traduzioni dal greco Françoise Arvanitis assistente immagine e traduzioni Vassilis Doganis assistente montaggio video Dominique Daviet Le scene sono state costruite presso i laboratori del Grand T. Produzione La Colline - théâtre national coproduzione Au carré de l'Hypoténuse-France, Abé Carré Cé Carré-Québec compagnies de création, Mons 2015-Capitale Européenne de la Culture, Théâtre Royal de Namur, Mars-Mons Arts de la Scène, Le Grand T-Nantes théâtre de Loire Atlantique con il supporto dell'Ecole nationale supérieure d'architecture de Nantes e del Chateau des Ducs de Bretagne
  • biglietti

    Platea e palco I, II e III ordine
    intero 26 €, ridotto* 22 €, under30 18 €, under20 9 €
    Galleria e palco IV ordine
    intero 18 €, ridotto* 16 €, under30 11 €, under20 9 €
    Loggione
    intero 7,50 €, under30 5,50 €

     

    *Cral e gruppi organizzati, docenti, oltre i 65 anni, iscritti all’Università per gli Adulti
    Bosi Maramotti, Soci Coop Alleanza 3.0, EspClub Card, Soci BCC, tessera Touring Club Italiano

     

    BIGLIETTERIE
    Teatro Alighieri via Mariani 2 Ravenna tel. 0544 249244
    Teatro Rasi via di Roma 39 Ravenna tel. 0544 30227