Clouds

  • Luigi De Angelis e Emanuele Wiltsch Barberio su [ante] Lumen / Enter
    March 17th 2017

    [ante] Lumen è principio di ritmo in forma distillata e archetipica. Il silenzio non è mai veramente tale fintanto che percepiamo un battito cardiaco emergere da esso, scandito dalla cadenza del respiro. Nella ricerca di carpirne la scintilla di vita, sequenza sempre uguale ma sempre variante, avviene la ripresa microfonica della pulsazione cardiaca, attraverso uno stetoscopio che controlla strumenti musicali – generatori di tono – in una concatenazione di impulsi che accompagna la comparsa della fiamma. In essa sfavillano le forme di canti e timbri, evocando la musica nel suo tratto più primitivo, quello del ritmo elastico, della natura e del corpo: questo processo di trasmutazione anticipa l’apertura del Festival con un varco tra le fiamme, porta di luce attraverso la quale accedere all’evento inaugurale, come iniziatico battesimo di fuoco. [ante] Lumen è anche invito crepuscolare alla festa del teatro e al sussulto comunitario, endemico, panico. È possibile andare all’origine della pulsazione, del fuoco e del demone della danza? Dove sono i confini che separano un’ancestrale cantilena all’ombra degli Urali con la voce solitaria di uno sciamano colombiano? Uno struggente inno Zaar con l’epifania di lontani canti circolari di giovani uomini e donne Mabutawi? Le consanguineità delle loro temperature affiorano a partire da un vasto archivio orizzontale di registrazioni di stampo antropologico ed etnomusicologico, catalogate secondo un metodo alchemico comparativo che sublima i colori originari declinandoli nei codici del presente, nel cauto tentativo di raccordare le divinazioni musicali delle diverse tradizioni con il dance floor contemporaneo.

    Luigi De Angelis e Emanuele Wiltsch Barberio, in Enter

  • Lucia Calamaro su La vita ferma / Enter
    March 17th 2017

    Si domandava cosa fossero i ricordi, questi brandelli di fatti notevoli che non si capiscono più. Il ricordo rimane indietro e non la smette mai di ripeter quello stesso identico spettacolo che metteva in scena al momento in cui l’avevamo lasciato, quando non era ancora un ricordo.

    Thomas Bernhard, Gelo

     

    PATHOS: Tonner contre, s’insurger. Déclarer avec un air hautain que la vraie littérature l’ignore. Féliciter un auteur d’avoir su, dans son roman, éviter l’écueil du pathos. Écrire: c’est un beau livre, grave. Ajouter aussitôt: mais sans pathos.

    Gustave Flaubert, Dictionnaire des idées reçues

     

    La vita ferma è un dramma di pensiero.
    La sua gestazione ha avuto in me i tempi faticosi della rivelazione lenta e sommersa, abbordando quel dramma che il pensiero non sa, non vuole, non può gestire.
    Per arrivare a centrarne il “dramma di pensiero” ho buttato via più materiale di quello che resta. Ma il resto, quello che rimane, è per me il punto ultimo di concentrazione di un racconto che accoglie, sviluppa e inquadra il problema della complessa, sporadica e sempre piuttosto colpevolizzante gestione interiore dei morti.
    Non la morte dunque, e non il problema del morire e di chi muore, che sappiamo tutti risolversi sotto la misteriosa campana del nulla, che strangola sul nascere ogni comprensione. Ma i morti, il loro modo di esistenza in noi e fuori di noi, la loro frammentata frequentazione interiore e soprattutto il rammendo laborioso del loro ricordo sempre così poco all’altezza della persona morta, così poco fedele a lei e così profondamente reinventato da chi invece vive.
    E, con i morti, una riflessione aperta sul lutto che ne deriva, la cui elaborazione non è detto sia l’unica soluzione, anzi, là dove una certa vulgata psicologizzante di malcerte origini freudiane comanda, esige, impone di assegnare il più velocemente possibile al proprio desiderio un oggetto nuovo per rimpiazzare l’oggetto perso, forse è lì che interviene un racconto – anche uno piccolo come questo, pratica del singolare per antonomasia – a sdoganare il diritto di affermare la tragica e radicale insostituibilità di ogni oggetto d’amore perso, di ogni persona cara scomparsa.
    Il dramma di pensare o meno ai morti è comunque il dramma di pensiero di chi resta e distribuisce o ritira, senza neanche accorgersene, un’esistenza. Di che tipo sia l’esistenza dei morti non saprei dire, ma come predica Etienne Soreau: “Non c’è un’esistenza ideale, l’ideale non è un genere d’esistenza”.
    La vita ferma è dunque uno spazio mentale dove si inscena uno squarcio di vita di tre vivi qualunque – padre, madre, figlia – attraverso l’incidente e la perdita. È occorso anche qualche inceppo temporale ad uopo, incaricato di amplificare la riflessione sul problema del dolore-ricordo e sullo strappo irriducibile tra i vivi e i morti che questo dolore è comunque il solo a colmare, mentre resiste.

    I tre atti
    Nel primo atto c’è un trasloco, una casa da svuotare, forzosamente attraversata dallo spettro e il suo voler essere ricordato bene, in quanto unico, insostituibile. Se non lì, in una casa abbandonata, dove altro avrei potuto metterlo?
    Nel secondo una coppia con bambina: lui, Riccardo, storico e nostalgico, fissato con Paul Ricoeur e i sinonimi; lei, Simona, quasi danzatrice e eccentrica fissata col sole e coi vestiti a fiori; la figlia Alice, da subito troppo sensibile, fissata col voler intorno gente che le parli. Quindi la morte di Simona, dopo protratta e non identificata malattia (non importa come, importa che muoia).
    Nel terzo atto c’è un’Alice cresciuta e a sua volta neo-madre che ritrova il vecchio padre Riccardo sulla tomba, o quasi, della madre morta anni prima; ragionano non senza conflitti, su quell’assenza anticipata che sempre – e chissà se sempre meno o nel tempo ancora di più – ha marcato una rottura nel racconto illusoriamente prescritto delle loro vite.

    Nota bene
    So che in questo racconto, da qualche parte, abita inoltre una riabilitazione più o meno dichiarata di una poetica del pathos. Questo termine soffre oggi di un discredito generale, si elogia l’“approccio senza pathos” di temi di una gravità impossibile, come se il patetico fosse diventato l’osceno. Io non sono più d’accordo. E fosse anche osceno, ne sento il bisogno. Quest’affetto, il pathos, parente feroce di pietà e compassione, è secondo me l’unico capace di incarnare e raccontare i disastri che compongono in parte una vita, e la natura scandalosa, e qui sì, oscena, del diktat dell’oblio.

    Lucia Calamaro, in Enter

  • Mimmo Borrelli su Napucalisse / Enter
    March 17th 2017

    Napucalisse. Il Vesuvio è un vulcano dormiente, che sogna nel pericolo costante, ma destinato periodicamente a svegliarsi. Dorme e veglia, prepara la veglia, prepara le casse di un funerale già programmato in tutti i particolari, ma con l’ipocrisia della fertilità, della bellezza apparente della superficie dei paesaggi dell’abbondanza. Il Vesuvio è il doppio, come in teatro la sua visione è moltiplicata dai vettori sensoriali di chi lo interpreta e di chi lo ascolta. Il Vesuvio quando dorme accumula, accumula collera, violenza, indignazione, esplosione di morte che rinasce nella fertilità della terra e della vita.
    Il Vesuvio è il vulcano di Napoli. Il Vesuvio è Napoli: è il suo bilanciere dorato di cocaina, il termometro nel culo di chi ha una febbre che non guarisce mai, lo specchio che si spacca ferendo a morte, in sangue di sacrificio necessario alla creazione, per poi ricomporsi da capo col nostro sangue, che a differenza di quello di San Gennaro è “ghiarzo”, arso, scottato nel suo indotto ribollire.
    Il vulcano è anche un creatore, generatore, è una “vammana”, una levatrice di bastardi, una nutrice di esposti, di orfani dell’anima, dal quale nasce ogni cosa. Dunque è Dio, concretizzazione cinica – poiché senza l’effigiata iconografica rappresentazione, in terra, della creazione – Dio nell’abbondanza nel dar vita alla vita così della terra, dei mari, degli oceani, dell’atmosfera, delle prime forme di vita, da cui ha preso poi vita l’uomo dal fango. Ma è anche la morte, fautore di morte, la mano di Dio, esecutore di giustizia, quella giustizia, anche spietata che Dio stesso non può applicare, né vedere, né concepire poiché inevitabilmente per leggi di natura coinvolge anche gli innocenti e non può per questo essere a sua immagine e somiglianza.
    Quindi crea il suo opposto, il diavolo, sprofondandolo sulla terra come in una leggenda antica che racconta la figura di Lucifero legata alle pendici di tale monte, Somma, cima sacra rispettata e anche odiata. Lucifero, un tempo angelo sprofondato per compiere il terribile, scelto da Dio tra tutti perché colui che lo amava di più, e solo chi ama ossessivamente può incattivirsi progressivamente e compiere meglio il male. Sulle ceneri i lapilli e l’ignimbrite lavica di questa schizofrenia, tra benessere e distruzione, vita e morte, giustizia e ingiustizia, coraggio e ignavia, camorra e onestà, omertà e denuncia, bene e male si muove l’uomo napoletano: ma catapultato in questa città figlia del fuoco e del diavolo, come un fauno, innocente nell’inconsapevolezza di essere, di pulsare, di vivere, di amare, come vive e ribolle la propria terra. Il napoletano è stato creato a immagine e somiglianza del suo territorio senza memoria: il Vesuvio non può avere memoria, poiché, ogni volta che si sveglia, il suo respiro distrugge il bello che ha creato in sonno, e, dunque, disperato, torna a dormire per immaginarsi un mondo migliore…

    Ma chi non ha più memoria non ha futuro, e una civiltà senza futuro all’interno può essere sconfitta facilmente dall’esterno.
    L’allegoria è fin troppo chiara: l’uomo vesuviano, il napoletano messo in condizioni di inferiorità, di ghettizzazione sociale, di ingiuria spesso razziale nel non ritenersi accettato dallo stato, nel non ritenersi stato, nel ritenere lo stato un occupatore, nel ritenere lo stato la sua famiglia, è un individuo destinato a esplodere, è una bomba che cammina, distruttiva, autolesionista nell’arrangiarsi sempre.
    Questa esplosione è contagiosa, come la ramificazione a grafo ad albero di una nube ardente, colonna del mondo vorace che tutto travolge, al tutto dà pace. Contagiosa nella condivisione della paura di reagire.
    Napoli è una città in perenne guerra, ormai da secoli; è una città in perenne emergenza; in perenne sacco di avventori che usano questa emergenza per speculazioni milionarie; in perenne vergogna legata al filo dell’indifferenza, i cui testimoni inermi come spettatori ne scavalcano il ricordo, deragliando in qualcosa di sconosciuto, rispetto al quale è meglio essere indifferenti nel farsi i fatti propri, poiché si è indifesi; in perenne coscienza di tutto ciò senza reagire; in perenne pulcinellesca attesa di un padrone da servire, in cambio dell’elemosina di qualche beneficio; in perenne preghiera per il miracoloso avvento di un liberatore che non verrà mai; in perenne coscienza di essere un porto franco, comodo per le dissennate politiche di usurpatori del potere di stato; in perenne sopravvivenza gitana di un popolo che si è contraddetto poiché ormai fermo, in sofferenza, ma con la morfina dell’inevitabile mancanza di speranza rispetto all’agognato, e sempre più propagandato, pur se lontano, cambiamento.

    Ma non c’è più tempo. La livella che abbatterà tutto si sta destando. Siamo allo scolo residuale della più laida SPERANZA, dove le leggi misantrope del più forte e la consequenziale collera del più debole hanno fatto diventare questa città un ghetto all’insaputa di chi la abita. Napoli è il luogo ideale per perdere la speranza. Il nostro metronomo piroclastico lo sa.
    Viviamo un’illegalità estrema che non ci permette di alzare la voce. NELLA RABBIA DI COMBATTERE SEMPRE DALLA PARTE DEL TORTO…
    Il problema è che al Sud non possiamo neanche combattere per la legalità, ma per una dignità nell’illegalità, ed è questo il dramma.
    Il Vesuvio si desta, ma da giusto giudice prima di sferrare, analizza i perché di un suo eventuale agire da eventualmente rimandare: la Napoli con le sue incommensurabili e contraddittorie passioni; la Napoli degli affetti e degli amori; degl’incontri e degl’illusori sogni, patetici poiché rimarranno per sempre tali rinchiusi in un campo di concentramento addo’ ’u filo spinato so’ ’i vecarielle, senza mai sole, abbandonato a se stesso; la Napoli dei luoghi comuni antitetica, la cartolina che tutti sgualciscono di lacrime finte d’incenso e indifferenti, poiché mirano all’approvazione di un pubblico, e di un popolo che per percorrere il corteo a esequie di se stesso ha bisogno di consolarsi continuamente… e di ridere su quelle stesse lacrime… pe’ nun chiagnere.
    Purtroppo però, alle canzonette pizzettate di mandolini a lutto, bisogna rispondere con le urla, la collera dei miserabili, le bestemmie, lo sdegno, il qualunquismo dei dannati, tra cui includo anche il sottoscritto! Napoli è una città insensata, superflua nella sua teatralità, scriverci qualcosa su con la pretesa addirittura di rappresentarla risulta pressocché, per l’appunto, superfluo: si è già detto tutto, si è già cantato, sceneggiato, macchiettipizzato, maldiceizzato, vivianeggiato, eduardiato, alluccato, arrepezzato, sbrevognato, ricchiuneggiato.
    Io ve la racconterò, ma al contrario, senza le ipocrisie del dire, dell’imborghesito mentire: sono partito dal contrario, come sempre faccio nelle mie peregrinazioni visionarie, mi sono immedesimato nel mio vessatorio stupratore soppresso, il mio doppio assassino-satiro-pedofilo che stavolta ha assunto le sembianze inquisitorie e ciclopiche del Vesuvio, colto nel pieno delle sue contraddizioni spirituali.

    Mimmo Borrelli, in Enter

     

  • Dewey Dell su Sleep Technique / Enter
    March 17th 2017

    Sleep Techinique. La percezione di ciò che è rimasto della vita del passato profondo è filtrata da occhi molto lontani da quell’antico modo di vivere e di comprendere. Eppure avvertiamo la sensibilità degli antenati intimamente vicina a noi, come se i loro miti e riti primitivi potessero ancora essere oscuramente presenti. Sentiamo di essere scossi – nel nostro essere più profondo – da un’eco comune che da un altro tempo e un’altra vita ci raggiunge. Anche se i significati originali sono spariti nelle pieghe del tempo e solo la memoria di qualche elemento resiste, le tracce che rimangono vanno ben oltre il bisogno di un significato. Quando entriamo in una caverna e contempliamo le pitture preistoriche dei nostri antenati si accende una connessione ancora più profonda. Avvertiamo che il passato ci guarda nello stesso modo in cui noi lo osserviamo. La loro arte, nascosta nelle viscere più buie delle montagne, sembra reclamare una risposta da un abisso temporale. Questo spettacolo è un tentativo di dialogo, una risposta impossibile alla ricchezza infinita di quello che ci è pervenuto dai primi homo sapiens sapiens nella caverna di Chauvet-Pont d’Arc, scrigno di pitture di trentaseimila anni. Attraverso il buio del teatro percorriamo le sale della grotta, fingiamo e crediamo di avvicinarci a loro.

    Dewey Dell, in Enter

  • Yuri Ancarani su The Challenge / Enter
    March 17th 2017

    The Challenge è un film complesso, anche se la visione è fluida e distesa. Arrivare in quel deserto è semplice, prendi un aereo, una guida, fai un tour di due o tre ore, un giro sul cammello e poi rientri in città. Fermarsi e guardare attentamente è quasi impossibile. Mi sono accorto che queste nuove metropoli come Dubai o Doha sono per tutti ma non per i beduini, che continuano ad amare il loro deserto e che hanno bisogno di viverlo appieno e intensamente. È una questione di tradizione.

    Yuri Ancarani, in Enter